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250° - Indipendenza degli Stati Uniti

La prima grande colonia a rivoltarsi con successo contro le leggi coloniali europee. Il 4 luglio 1776, durante la Guerra d'Indipendenza, gli Stati Uniti firmavano la Dichiarazione d'Indipendenza dal Regno Unito, poco prima di sconfiggere, guidati da George Washington, l'ex madrepatria dopo 6 anni di conflitto, con l'aiuto di Francia e Spagna.

Il 4 luglio 1776 a Filadelfia veniva firmata la Dichiarazione d'Indipendenza degli Stati Uniti, nell'ambito della guerra d'indipendenza contro la Gran Bretagna. Il documento originale, conservato nei National Archives di Washington e ormai quasi illeggibile, venne elaborato dalla Commissione dei Cinque presieduta da Thomas Jefferson, poi Presidente degli Stati Uniti


Se Cristoforo Colombo, nel 1492, era sbarcato in Centroamerica per conto della Spagna e Amerigo Vespucci aveva esplorato il Sudamerica per conto del Portogallo, le due superpotenze coloniali dell'epoca si dedicarono esclusivamente alla fondazione di colonie in quei territori, ricchi di risorse naturali e ormai dotato di un sistema militare consolidato. Nel Cinquecento, quindi, le 3 nuove potenze coloniali emerse dallo sviluppo economico europeo, ossia Inghilterra, Francia e Paesi Bassi, dovettero guardare altrove.
La costa del Nordamerica sembrava a tutte e 3 un luogo attraente per stabilire colonie, anche perché vicine all'Europa rispetto a Brasile e perché Messico e Spagna e Portogallo, dopo aver tentato di stabilire avamposti nella baia di Chesapeake a Terranova, avevano definitivamente rinunciato al progetto, con gli spagnoli che si accontentarono diCentroamerica, Sudamerica occidentale e Florida, 
avendo comunque già raggiunto California, Appalachi, Mississippi, Grand Canyon e  Grandi Pianure. 
La prima colonia europea stabile in Nordamerica fu Saint Augustine in Florida nel 1565, seguita da Santa Fe, San Antonio, Tucson, San Diego, Los Angeles e San Francisco, tutte città incorporate nel Vicereame della Nuova Spagna, con capoluogo Città del Messico. L'autorità del viceré su un territorio tanto vasto fu tuttavia in larghe aree soltanto nominale, restando confinata, a nord, solo su California e Florida, dove erano presenti gli insediamenti più consistenti. Il Vicereame, i cui legami con la madrepatria si erano già fortemente indeboliti durante l'età napoleonica, cessò definitivamente di esistere nel 1821, quando il Messico raggiunse l'indipendenza. Il nuovo Stato, fino alla guerra messico-statunitense del 1846, comprendeva anche California, New Mexico e Texas, mentre la Florida venne ceduta agli Stati Uniti già nel 1819.
I territori situati lungo le coste orientali furono invece colonizzati principalmente dai britannici nel XVII secolo, assieme a gruppi meno numerosi di olandesi e svedesi. L'America coloniale era penalizzata da una scarsità costante di manodopera, che diede il via, soprattutto nel sud del Paese, all'introduzione della schiavitù e all'importazione di schiavi dall'Africa. I coloni presero presto ad amare la loro nuova terra ed assunsero uno spirito di pionierismo che li allontanò dal modo di sentire dei loro Paesi di origine.
Il primo tentativo di insediamento inglese fu la "colonia perduta di Roanoke", creata nel 1587 su un'isola vicina alla costa della North Carolina, che allora era chiamata Virginia, in onore di Elisabetta I, la regina vergine. L'Inghilterra, tuttavia, si trovò impegnata a difendersi da un'invasione spagnola e per 3 anni riuscì a inviare rifornimenti alla colonia. Quando arrivò la spedizione successiva, nel 1590, trovò solo un villaggio abbandonato, senza segni di lotta. Il destino dei coloni è ignoto, ma si presume si siano integrati con i nativi.
Nel 1607 l'Inghilterra fondò la colonia di Popham alla foce del fiume Kennebec, nell'attuale Maine, abbandonata dopo un solo anno per confluire in quella di Jamestown, nell'attuale Virginia, in onore del re d'Inghilterra Giacomo I. Per circa un secolo non riuscì a prosperare, finché gli inglesi non iniziarono a praticare una agricoltura intensiva basata sulla coltivazione del tabacco. I nativi americani inizialmente aiutarono gli inglesi a insediarsi sul territorio americano, ma poi vennero sempre più decimati dalle malattie e dalla politica delle riserve indiane. Il primo conflitto fu la Guerra di Re Filippo, scoppiata nel 1675 quando il capo indiano Metacomet, ribattezzato in scherno degli europei Re Filippo, si rivoltò contro gli inglesi, venendo ucciso 3 anni dopo.
L'ambiente era molto diverso da quello europeo e molto vario da zona a zona con sconfinate praterie, enormi foreste, sconfinati deserti e ricco di selvaggina e di flora spontanea. Gli unici animali domestici erano costituiti dal cane e dal tacchino, per cui si provvide ad importare dall'Europa ovini, bovini, suini e cavalli e animali da cortile.
Anche la Francia iniziò a fine Cinquecento a colonizzare il Nordamerica, spingendosi ancora più a nord degli inglesi e arrivando al momento della sua massima espansione, nel 1712, a comprendere da Terranova al Lago Superiore e dalla Baia di Hudson al Golfo del Messico. Il territorio era diviso in cinque governatorati, ognuna con la sua amministrazione: Acadia, Canada, Baia di Hudson, Terranova e Louisiana, più le isole dell'America Centrale, ancora oggi francesi: Saint-Domingue, Guadalupa e Martinica.
La parte statunitense delle colonie francesi venne chiamata Louisiana in onore di Luigi XIV, che per la sua vastità (andava dai Grandi Laghi al Golfo del Messico) ed era diviso in Alta e Bassa Louisiana. La politica del Re Sole, però, non si fondava sull'esplorazione dei territori ma solo sul consolidamento della colonia per contrastare l'imperialismo inglese e, a questo scopo, allearsi con i popoli pellerossa. Nel 1763, al termine della Guerra dei Sette Anni, la Francia sconfitta dovette cedere la Louisiana: la parte orientale andò all'Inghilterra e quella occidentale alla Spagna. La Francia riuscì nel tempo a riconquistare tutta la parte occidentale dagli inglesi, ma Napoleone, non interessato all'America, decise di cederla agli Stati Uniti nel 1803.
La colonizzazione inglese nel frattempo aumentava. Esistevano infatti in Inghilterra due gruppi protestanti in dissidio con la Chiesa Anglicana, i Padri Pellegrini e i Puritani, alla ricerca di un luogo dove poter professare liberamente la loro fede. Entrambi chiedevano una più profonda riforma della Chiesa e l'eliminazione dei residui elementi di cattolicesimo rimasti ma, mentre i Padri Pellegrini desideravano lasciare l'anglicanesimo, i Puritani volevano riformare la Chiesa creando nel Nuovo Mondo una nuova società che costituisse l'esempio di una comunità santa.

A bordo del Mayflower i Padri Pellegrini, esuli puritani malvisti in Inghilterra, salparono da Plymouth il 16 settembre 1620 dalla volta dell'America. Sbarcarono a Cape Cod, a sud della Virginia, il 19 novembre successivo e vi fondarono una colonia secondo i loro principi religiosi


I Padri Pellegrini inizialmente si erano trasferiti nei Paesi Bassi, ma non erano soddisfatti di questa sistemazione per le cattive condizioni economiche in cui si trovavano e per lo stretto controllo e la scarsa simpatia del governo olandese, alleato dell'Inghilterra. Decisero quindi di partire per l'America a bordo di un mercantile, il Mayflower, con l'obiettivo di sbarcare nella Virginia settentrionale, all'incirca nella regione dell'odierna New York. Spinti fuori rotta, giunsero invece nell'attuale Massachusetts e sbarcarono a Cape Cod. Prima dello sbarco, stesero il Patto del Mayflower, con il quale si diedero ampi poteri di autogoverno, e fondarono la colonia di Plymouth il 21 dicembre 1620. Come per i primi coloni di Jamestown, anche per i Padri Pellegrini il primo inverno fu molto difficile; erano arrivati troppo tardi per poter avviare coltivazioni e molti di loro morirono di fame, compreso il loro capo, John Carver. Nel corso del 1621 i coloni ottennero l'aiuto dei nativi americani e con l'autunno ottennero un abbondante raccolto, che celebrarono con il primo Giorno del Ringraziamento.
I puritani, invece, fondarono la colonia della Baia del Massachusetts nel 1629. La spedizione consisteva di 400 coloni e nei due anni successivi ne arrivarono altri 2000, in un moto noto come la Grande Migrazione. Nel Nuovo Mondo i puritani crearono una cultura profondamente religiosa, socialmente compatta e politicamente innovativa, caratteristiche ancora presenti negli Stati Uniti di oggi.
Prima che i puritani di James Cromwell abbattessero la monarchia in Inghilterra nel 1649, 17 anni dopo la Grande Migrazione, essi vennero in America alla ricerca della libertà religiosa. Anche se fuggivano la repressione cui erano soggetti in Inghilterra, la nuova società che volevano costruire non ammetteva però la tolleranza religiosa. La società ideale, per i puritani, era una "nazione di santi" o la "città posta sopra un monte", per usare un'espressione del loro ideologo John Winthrop, una comunità intensamente religiosa, retta e virtuosa, che potesse servire da esempio per l'Europa e stimolare la conversione al puritanesimo. Il teologo Roger Williams, ad esempio, iniziò a predicare tolleranza religiosa, separazione tra Chiesa e Stato e completa rottura con la Chiesa d'Inghilterra e venne fu bandito dalla colonia fondandone un'altra, il Rhode Island, rifugio per tutti i puritani moderati. 
Coloni di altre nazioni europee, interessati a fondare avamposti in America, dovettero scendere più a sud, negli attuali New York, New Jersey, Pennsylvania e Delaware. Nel 1609 la Compagnia Olandese delle Indie Orientali iniziò a costruire alcuni forti come basi per il commercio di pellicce con i nativi. Nel 1624 la regione compresa tra il 38º e il 42º parallelo fu dichiarata provincia della Repubblica delle Sette Province Unite con il nome di Nuovi Paesi Bassi e nel 1625 sull'isola di Manhattan fu creato l'insediamento di Nuova Amsterdam come nuova capitale. 
Nel 1638 una spedizione svedese fondò invece una colonia alla foce del fiume Delaware, sul luogo dell'attuale Wilmington, e negli anni successivi la zona circostante fu colonizzata da immigranti svedesi e finlandesi con il nome Nuova Svezia, territori poi occupati dai Paesi Bassi nel 1655. Gli inglesi da nord tuttavia aumentavano di numero e iniziarono a espandersi nel territorio Nel 1664 la flotta inglese occupò senza resistenza Nuova Amsterdam, ricatturata dagli olandesi nel 1673; dopo la Terza Guerra Anglo-Olandese, la regione passò definitivamente sotto il dominio inglese e fu assegnata a Giacomo, duca di York, fratello del re Carlo II e, dal 1685, a sua volta re. Giacomo, in onore del suo ducato, ribattezzò la città New York, preservando lo spirito di tolleranza religiosa e culturale, nominando un governatore che però doveva governare coadiuvato da un'assemblea provinciale eletta dai proprietari terrieri. 
Nel 1681 Carlo II assegnò a William Penn il territorio compreso tra il 39º e il 42º parallelo e delimitato a est dal fiume Delaware. Questa regione ricevette il nome di Pennsylvania; anch'essa ebbe un'assemblea elettiva e fu caratterizzata da ampia libertà religiosa: vi si stabilirono gruppi di quaccheri gallesi, presbiteriani scozzesi, mennoniti tedeschi e cattolici irlandesi. La colonia fu prospera fin dalle origini; la sua città principale, Filadelfia, crebbe rapidamente e divenne la più importante delle colonie inglesi. Nel 1682 Penn ottenne anche il governo delle tre contee della colonia del Delaware, anch'esse abitate da quaccheri; queste furono però separate dalla Pennsylvania nel 1704.
La prima colonia inglese a sud della Virginia fu invece la Provincia della Carolina (in onore non del regnante Carlo II ma del padre Carlo I). Il primo tentativo di fondarla fu organizzato per iniziativa di un gruppo di nobili e uomini politici inglesi, che ottennero dalla corona una concessione nel 1663, con la speranza che una nuova colonia nel sud si rivelasse redditizia come quella di Jamestown. Ma esso fallì, e i primi coloni si stabilirono nella regione solo nel 1670, quando una spedizione guidata da John West creò un nuovo insediamento che è all'origine dell'attuale città di Charleston (originariamente Charles Town, dal nome del re Carlo II). I primi coloni avviarono un redditizio commercio di viveri, pelli di cervo e prigionieri indiani con le isole dei Caraibi, che provenivano principalmente dalla colonia inglese di Barbados, su cui prosperavano le piantagioni di canna da zucchero, una delle prime colonie inglesi ad utilizzare sistematicamente schiavi africani.
A causa di alcune rivolte scoppiate nei primi decenni del Settecento e dell'incapacità da parte dei lord di governare la colonia, la Carolina fu separata in due parti, Nord e Sud. Nel 1729, però, 7 degli 7 lord che governavano il Sud decisero di rivendere al re d'Inghilterra i loro terreni, che rimasero separate ma entrambe parte del Regno Unito.
La provincia della Georgia, invece, fu fondata da James Edward Oglethorpe, militare e uomo politico inglese, come soluzione a due problemi. All'epoca, l'Inghilterra considerava la presenza spagnola in Florida come una minaccia per le Caroline: Oglethorpe, per risolvere la questione, propose di fondare una colonia in una regione intermedia, contesa fra spagnoli e britannici e di popolarla con debitori insolventi, che in Gran Bretagna sarebbero stati condannati alla prigione. Questo progetto avrebbe consentito in un colpo solo di liberarsi di elementi indesiderabili e di fornirle una base dalla quale attaccare la Florida. Oglethorpe ottenne una concessione da re Giorgio II nel 1732 e ai debitori inglesi si aggiunsero scozzesi dotati di spirito pionieristico, commercianti ed artigiani inglesi, profughi per motivi religiosi provenienti da Svizzera, Francia e Germania ed ebrei.
La schiavitù fu subito proibita, nel timore che gli schiavi potessero indebolire dall'interno la colonia e fornire assistenza al nemico spagnolo, così come il consumo di alcolici ed altre manifestazioni di presunta immoralità. Ma i coloni non gradivano questo stile di vita puritano, che oltretutto non gli permetteva di competere economicamente con le piantagioni di riso delle Caroline. Dopo che Oglethorpe ebbe lasciato la colonia, le restrizioni furono infine eliminate, la schiavitù fu permessa nel 1759 e la colonia divenne fiorente.
Nel 1763, in base al Trattato di Parigi che sanciva la fine della Guerra dei Sette Anni, la Gran Bretagna ottenne poi dalla Spagna il forte di Saint Augustine, il resto della Florida spagnola e il Quèbec; alla Spagna, in cambio, andava l'isola di Cuba. I britannici divisero la regione in due parti, Florida orientale e Florida occidentale. Inoltre, la Gran Bretagna permise ai cattolici presenti nella regione conquistata l'esercizio della loro religione. Le Floride e il Québec (anch'esso passato sotto controllo inglese alla fine della guerra dei sette anni) furono tra le prime zone sotto controllo europeo a godere di piena tolleranza religiosa. 

Benjamin Franklin, inventre di parafulmine, lenti bifocali e armonica a bicchieri, era il simbolo del self-made man, intellettuale autodidatta di stampo americano. È chiamato il Primo Americano per la sua campagna per l'unità delle 13 colonie originarie; durante la guerra, limò il contenuto della Dichiarazione d'Indipendenza e venne inviato in Europa a cercare appoggi, ottenendo l'alleanza di Francia e Spagna


Le colonie si differenziavano molto, sia per ragioni storiche, sia nella struttura economica. Esistevano colonie della Corona, cioè "pubbliche", e colonie private autonome, nate a seguito di una concessione reale a privati (Pennsylvania, Maryland, Connecticut e New Haven), che in politica estera seguivano l'Inghilterra ma avevano quasi mano libera in politica interna. Al Congresso di Albany del 1754, fu Benjamin Franklin il primo proporre di dar vita a una confederazione tra le colonie, benché sempre sotto la Corona inglese. Un Gran Consiglio elettivo avrebbe funzionato da Parlamento e sarebbe stato competente sulle politiche comuni relative alla difesa e agli affari indiani. Benché bocciata, la proposta segnò l'inizio di un percorso autonomo dell'America rispetto all'Inghilterra. In quest'ottica, le colonie iniziarono a guardare con occhio sempre migliore ai francesi, che non li vessavano con tasse senza rappresentanza in Parlamento, ma con cui anzi sperimentavano un proficui commercio.
Un evento che contribuì ad unificare le credenze religiose delle varie colonie fu il Primo Grande Risveglio, un movimento di rinascita protestante che ebbe una grande influenza tra il 1730 e il 1750. Il fondatore era Jonathan Edwards, un predicatore del Massachusetts che promuoveva il ritorno alle radici calviniste dei Padri Pellegrini, un oratore molto abile ed attirò un grande seguito coi suoi sermoni. Da Edwards prese il via un gran seguito di predicatori itineranti che si spostavano in tutte le colonie. Le istituzioni religiose tradizionali si opposero al movimento dei predicatori, con spaccature tra chi era favorevole al "nuovo" e chi era contrario. Per sostenere il proprio punto di vista, entrambe le parti fondarono le proprie università. I predicatori puritani eressero il King's College (che ora è la Columbia University, mentre le religioni tradizionali fondarono l'Università di Princeton. Il Grande risveglio fu forse il primo evento a potersi definire compiutamente americano, in quanto interessò tutte le colonie, al di là delle differenze politiche ed economiche. Le forze che avrebbero plasmato la storia delle colonie nei successivi anni, tuttavia, sarebbero state laiche e influenzate dall'Illuminismo, anche se l'America rimane ancora oggi una nazione profondamente religiosa.
La Guerra dei sette anni (1756 - 1763), causata dal desiderio dell'Austria di recuperare i territori persi a favore della Prussia con la Guerra di successione austriaca, in realtà cominciò in America due anni prima con il nome di Guerra franco-indiana, visto che la Confederazione Irochese, alleata di entrambi gli schieramenti, si schierò con l'Inghilterra quando la Francia si alleò con la Confederazione Huron, storica nemica, che iniziarono per due anni a farsi la guerra senza il diretto coinvolgimento delle potenze, che arrivò solo allo scoppio della guerra in Europa.
La guerra accrebbe l'importanza delle colonie per la Gran Bretagna, soprattutto da quando William Pitt il Vecchio, appena tornato al potere in Inghilterra, decise di far perno su di esse per sconfiggere i francesi. La Gran Bretagna inviò un consistente corpo di spedizione nel Nord America e finanziò l'arruolamento di un altrettanto consistente esercito coloniale. Per la prima volta, il continente nordamericano diventava uno dei principali teatri di guerra tra superpotenze. Le truppe britanniche e coloniali arrivarono a ribaltare le sorti della guerra, che stava volgendo a favore dei francesi e dei loro alleati. Conquistata nel 1758 Fort Duquesne (ribattezzata Fort Pitt, oggi Pittsburgh), nel 1759 britannici e coloniali invasero il Canada, sconfissero il generale francese Montcalm ad Abraham il 12 settembre 1759, si assicurarono il controllo del Québec, consolidato l'anno dopo con la presa di Montréal. Il Trattato di Parigi, come detto, pose fine sia alla guerra che alla presenza francese in Nord America.
Il conflitto aveva reso più evidente l'appartenenza delle 13 colonie all'Impero britannico e, visto il loro ruolo decisivo anche in termini di risorse, l'Inghilterra decise di lasciare un maggior numero di militari e funzionari civili provenienti dalla madrepatria per influenzare la vita e gli affari dei coloni. Tuttavia, ciascuna delle due parti (Inghilterra e colonie) riteneva di aver sopportato il maggior peso della guerra: i britannici, il popolo più tassato in Europa, facevano notare che i coloni avevano pagato poco per condurre la guerra e difendere il loro territorio, mentre gli americani ribattevano di aver combattuto in una guerra condizionata solo dagli interessi europei e non dai loro. 
Il lato positivo, per le colonie, era che l'arrivo di esperti generali dall'Inghilterra aveva portato anche in America tattiche di combattimenti avanzate e conferito alle colonie un'organizzazione militare unitaria: uomini provenienti dalle diverse colonie si trovarono a combattere insieme, mentre forme di collaborazione intercoloniale vennero rese necessarie per la comune difesa. Inoltre, ufficiali americani come George Washington vennero istruiti dai colleghi britannici, contribuendo a creare nelle colonie una classe militare non autodidatta.
Dal punto di vista sociale, l'élite coloniale delle grandi città come Boston, New York, Charleston e Filadelfia vedeva la propria identità come britannica. Anche se molti non erano mai stati in Inghilterra, imitavano gli stili britannici in abbigliamento, danza ed etichetta. Molte delle strutture politiche delle colonie si ispiravano a varie tradizioni politiche inglesi e molti americani vedevano il sistema di governo delle colonie come modellato sulla Costituzione britannica, con il governatore che corrispondeva al re, l'assemblea coloniale alla Camera dei Comuni e il Consiglio del Governatore alla Camera dei Lord. 
Un altro punto che unì le colonie fu l'esplosione delle importazioni di beni britannici. L'economia inglese aveva infatti iniziato a crescere rapidamente alla fine del XVII secolo, e alla metà del Settecento le fabbriche britanniche producevano più di quanto la nazione potesse consumare. Un nuovo mercato per i propri beni nelle colonie del Nord America fu provvidenziale, con un incremento delle esportazioni del 360% tra il 1740 e il 1770. Siccome i mercanti britannici offrivano un generoso credito ai coloni, gli americani iniziarono a comperare quantità sbalorditive di beni inglesi. Il disegno della Corona, infatti, era di creare sotto ogni aspetto un'identità comune inglese.
Tuttavia, dopo la fine della guerra la Corona decise di prendere una serie di provvedimenti che portarono le colonie ad allontanarsi dal comune senso di appartenenza. La prima fu Proclama Reale del 1763, che, subito dopo la guerra, proibiva ogni insediamento a ovest dei Monti Appalachi, su territori catturati alla Francia. I contribuenti inglesi, infatti, non volevano finanziare con le loro tasse l'assoggettamento delle popolazioni native dell'area per fare spazio ai coloni, da cui non avrebbero guadagnato nulla. La legge in America venne accolta con forte dissenso, approvata da un governo distante, che si occupava poco dei loro bisogni. Infatti, nessuno dei membri del Parlamento veniva eletto dai coloni e Londra, per questo, si preoccupava solo di questioni europee, lasciando che le colonie si governassero da sé, a patto che pagassero le tasse.
Una serie di misure risultanti da questo cambio di politica avrebbe continuato a far crescere l'opposizione nelle colonie durante i 13 anni successivi, tra cui:
- Sugar Act (1764), che imponeva dazi maggiori sull'importazione di zucchero, caffè e vino provenienti dalla Gran Bretagna;
- Currency Act (1764), che vietò alle colonie di emettere carta moneta;
- Stamp Act (1765), che imponeva l'uso di una speciale carta bollata per ogni contrattazione commerciale o atto giudiziario;
- Declaratory Act (1766), che confermava i pieni poteri della corona britannica sui sudditi americani e negava la piena autonomia delle colonie;
- Townshend Acts (1767), che rafforzarono la politica monopolistica imponendo nuovi dazi su vetro, piombo, colori, tè e carta importati dalle colonie;
- Multiny Act (1767), che imponeva alle colonie l'obbligo di procurare alloggi alle truppe inglesi e di provvedere ai loro rifornimenti
- Tea Act (1773), con cui si agevolava l'acquisto di tè inglese alle colonie a prezzi scontati, su cui però gravava una piccola tassa.
Proprio il Tea Act fu la goccia che fece traboccare il vaso, quando i coloni rifiutarono il principio che si potessero tassare anche i generi alimentari senza il loro consenso, Una coalizione di mercanti, contrabbandieri e artigiani organizzò una vera e propria opposizione armata alla consegna e alla distribuzione del tè. A Boston, in particolare, questa resistenza culminò nel Boston Tea Party del 16 dicembre 1773, quando i coloni (alcuni travestiti da nativi americani, poiché s'identificavano come americani e non più britannici), abbordarono le navi che trasportavano tè e gettarono a mare il loro carico. Il Parlamento di Londra reagì con pugno di ferro con le Leggi Intollerabili che isolavano il Massachussets dal commercio con l'Inghilterra e davano l'incarico al generale Thomas Gage di Governatore del Massachusetts con speciali poteri. 
Il Rhode Island, a questo punto, propose alle altre colonie di convocare un grande congresso di tutte le colonie, che si riunì a Filadelfia il 5 settembre 1774, formato da 55 delegati delle colonie americane (Georgia, Nuova Scozia, le due Floride e Québec non mandarono rappresentanti). Tra i delegati della Virginia figurava il generale George Washington e tra quelli del Massachussets John Adams, entrambi poi Presidenti.
Nel Massachusetts e in tutto il New England intanto l'atmosfera tra i coloni era molto ostile verso gli inglesi e a Boston la situazione stava degenerando rapidamente. Il 9 settembre 1774, 4 giorni dopo il Congresso Continentale, una convenzione di delegati ribelli sconfessò l'operato del generale Gage ed emanò le cosiddette Risoluzioni di Suffolk, che prevedevano l'opposizione anche militare contro ogni "invasione ostile" e consigliavano di fare preparativi per la guerra.

L'introduzione di una tassa sul tè portò a grandi ribellioni in America. Il gesto più clamoroso fu il Boston Tea Party, quando un gruppo di coloni indipendentisti, appartenenti al movimento dei Sons of Liberty, che, travestiti da nativi Mohawk, il 16 dicembre 1773 salirono a bordo delle navi inglesi ancorate nel porto di Boston e gettarono in mare 342 casse di tè, per un valore di 90 000 sterline


Questa linea venne approvata anche dal Congresso di Filadelfia insieme ad altri documenti che confermarono la risolutezza delle colonie e la loro decisione di opporsi alla madrepatria anche con le armi. Venne promulgata una Dichiarazione dei diritti americani in cui si affermava che il Parlamento britannico non aveva diritto ad occuparsi delle questioni interne delle colonie. Il Congresso approvò anche la Continental Association, in cui disponeva la costituzione di comitati per avviare un boicottaggio commerciale contro le merci britanniche, "non-importazione" e "non-consumazione" di tutti i prodotti provenienti dalla madrepatria. 
Anche in Gran Bretagna erano molti i parlamentari che volevano trovare un accordo ed impedire la rottura irreversibile con le colonie americane, tra cui l'ex premier William Pitt, che propose un compromesso che andasse incontro alle richieste degli americani riguardo al sistema di tassazione. Tra i parlamentari però prevalse la linea intransigente; il 20 gennaio e il 1º febbraio 1775 vennero nettamente respinte le proposte di Pitt, che prevedevano il ritiro delle truppe da Boston e la rinuncia alla tassazione delle colonie.
Non raggiunsero risultati positivi neppure i colloqui segreti in corso a Londra tra Benjamin Franklin e alcuni emissari del governo, che non voleva rinunciare al proprio diritto di legiferare sugli affari delle colonie.
Il Parlamento britannico promulgò quindi misure che accrebbero la tensione: lo Stato del Massachusetts venne dichiarato "in ribellione" e venne proibita ai coloni del New England la pesca dell'Atlantico settentrionale. A questo punti, l'
America si avviò verso la radicalizzazione: mentre i cosiddetti "comitati di corrispondenza" si impegnavano a diffondere i sentimenti di ribellione in tutte le colonie, aveva avuto inizio la mobilitazione di milizie volontarie e all'accumulo di polvere da sparo. John Hancock venne nominato capo del comitato di sicurezza del Massachusetts con poteri di arruolamento e organizzazione delle milizie della colonia. Vennero costituite le unità scelte dei cosiddetti Minutemen, pronti ad entrare in azione "in un minuto". 
Avendo notizia di questi movimenti di uomini, il 13 gennaio 1775 il gabinetto inglese decise l'invio di truppe di rinforzo al generale Thomas Gage, che venne invitato ad essere più risoluto contro i ribelli del New England, con l'ordine di occupare militarmente Boston, arrestare i capi radicali e imporre la legge marziale. Inoltre, il governo inviò dall'Inghilterra tre generali, John Burgoyne, Henry Clinton e William Howe, per coadiuvare Gage.
Il primo scontro tra le truppe britanniche e le milizie del New England avvenne nell'aprile 1775 nelle cittadine di Lexington e Concord, dove i due capi radicali John Hancock e Samuel Adams avevano installato depositi di armi e munizioni e centri di reclutamento delle milizie. Il generale Gage inviò una colonna di truppe a Concord per distruggere i depositi e disperdere i miliziani. I soldati puntavano a sorprendere i ribelli muovendosi nottetempo ma alcuni patrioti partiti da Boston, tra cui Paul Revere, riuscirono ad avvertire in tempo Adams e Hancock. Mentre i depositi venivano messi al sicuro, i miliziani si schierarono a Lexington per opporre resistenza. 
La colonna britannica giunse a Lexington e ordinò ai ribelli di disperdersi ma , a un certo punto, venne esploso un colpo, a cui seguì uno scontro a fuoco generale che continuò per 20 minuti e si concluse con la temporanea ritirata dei miliziani. Raggiunta Concord, i britannici bruciarono alcuni depositi e presero la via del ritorno per Boston, ma le milizie americane  intercettarono la via di ritirata e passarono al contrattacco, riuscendo a rientrare a Boston solo dopo aver subito perdite molto più pesanti dei miliziani.
Le notizie degli scontri si diffusero in tutte le colonie, favorendo le posizioni radicali: anche New York e la Pennsylvania, che fino a quel momento erano state tra le colonie più moderate, inviaronomilizie in aiuto del New England. 
Dopo un mese e mezzo Gage ricevette alcuni reggimenti di rinforzo e decise di fare un tentativo di rompere il cerchio che i ribelli avevano chiuso intorno a Boston attaccando le posizioni strategiche di Bunker Hill e Breeds Hill. I generali britannici erano convinti che i miliziani non fossero assolutamente in grado di resistere ad un attacco delle truppe regolari e puntarono tutto su un massiccio attacco frontale, senza forze di riserva. Gage assegnò il controllo diretto dell'attacco al generale William Howe, che il 17 giugno 1775 assaltò le colline con circa 2500 uomini. Nella notte però i ribelli, avendo ricevuto in anticipo notizia dell'attacco, avevano concentrato le milizie sulla collina più elevata di Breeds Hill e rinforzato le difese con fortificazioni.
Anche il secondo attacco terminò con un sanguinoso fallimento e solo al terzo tentativo i britannici riuscirono finalmente a conquistare le colline. Le perdite delle truppe del generale Howe furono però elevate: 1050 uomini (304 morti, 741 feriti e 5 dispersi), mentre gli americani subirono solo 445 perdite (172 morti e 273 feriti) e poterono ritirarsi ordinatamente. 
La battaglia di Bunker Hill suscitò grande impressione ed ebbe una profonda influenza dal punto di vista militare e politico. In primo luogo dimostrò che i ribelli erano numerosi, bene organizzati e molto determinati, mentre tra i militari inglesi era diffusa l'opinione che fossero inesperti e "inadatti alla guerra", Sulla base delle esperienze durante la guerra Franco-indiana, il generale James Wolfe era giunto al punto di considerarli "i peggiori soldati dell'universo". Anche il generale Gage ne fu sorpreso, affermando che i ribelli avevano evidenziato uno "spirito e una disciplina contro di noi che non avevano mai dimostrato contro i francesi". Con le forze disponibili era comunque impossibile per il Gage rompere l'assedio di Boston.
Il 10 maggio 1775 si riunì quindi a Filadelfia il Secondo Congresso Continentale, dopo che in Virginia il governatore Lord Dunmore aveva a sua volta attaccato un deposito militare delle milizie. Venne deciso di presentare un'ultima petizione al re Giorgio III per un accordo di compromesso per "una lieta e permanente riconciliazione". La cosiddetta Olive Branch Petition, "petizione del ramoscello d'ulivo", venne tuttavia duramente respinta da Giorgio III che, infuriato per la resistenza armata delle colonie, rifiutò di leggere il testo proveniente da un "congresso illegale". Il Congresso di Filadelfia accanto alla petizione al re aveva infatti promulgato anche un secondo documento molto meno conciliante; la Dichiarazione delle cause e della necessità di prendere le armi, nella quale venivano riassunti i motivi del contrasto con la Gran Bretagna che veniva accusata dell'aggressione a Lexington. I delegati affermavano risolutamente che "la nostra causa è giusta" e confermavano la ferma decisione di difendere con le armi i loro diritti e di non accettare "la schiavitù".
La ribellione intanto si allargava. Il 10 maggio 1775, giorno dell'apertura del Secondo Congresso Continentale, i miliziani Green Mountain Boys attaccarono di sorpresa e conquistarono Fort Ticonderoga e gli uomini del colonnello Joseph Warren presero il forte Crown Point. La creazione ufficiale dell'Esercito Continentale avvenne il 31 maggio mentre il 15 giugno, due giorni prima della battaglia di Bunker Hill, su consiglio di John Adams, il comando venne affidato al colonnello virginiano George Washington, esperto militare veterano della Guerra franco-indiana, che venne scelto soprattutto in quanto, come esponente della Virginia, avrebbe potuto assicurare un legame politico più solido tra il New England e le colonie meridionali. Washington, nominato generale, si recò subito a Boston per controllare l'assedio delle truppe del generale Gage e il 27 giugno 1775 il Congresso Continentale autorizzò, partendo dalle posizioni conquistate a Fort Ticonderoga, una vera e propria invasione del Canada, ritenuto una base di partenza per attacchi britannici.
Subito dopo la battaglia di Bunker Hill, il governo di Lord North aveva dovuto ammettere la gravità della situazione e prendere le decisioni operative concrete. Il primo ministro non credeva alla possibilità di risolvere la crisi con la forza per la scarsità di truppe disponibili per una guerra così impegnativa a 6000 chilometri dall'Inghilterra. Il re Giorgio III invece era deciso a punire le colonie ribelli. Il 2 agosto 1775 alla fine il governo North decise di inviare ulteriori rinforzi a Boston e organizzare un grande corpo di spedizione di 20mila uomini che sarebbe stato pronto per la primavera 1776 e avrebbe attaccato partendo da New York.
Il 23 agosto 1775 Giorgio III con un apposito proclama dichiarò lo "stato di ribellione" delle colonie e ordinava alle forze armate britanniche di reprimere con la forza la ribellione. Il Parlamento britannico sostenne a grande maggioranza la posizione del re e il 22 dicembre 1775 con l'approvazione del Prohibitory Act, venne decretato lo stato di blocco navale delle colonie, attivo a partire dal 1º marzo 1776. Vennero avviati sia il reclutamento di mercenari stranieri russi e tedeschi che la costituzione di una "commissione di pace" per accogliere la sottomissione dei ribelli in cambio della clemenza. 
Nel frattempo in Virginia il governatore Lord Dunmore abbandonò la colonia, si rifugiò a bordo di una nave britannica, e, dopo aver dichiarato il 7 novembre 1775 la legge marziale, fece intervenire un reggimento di truppe britanniche che attaccò i centri ribelli, ma le milizie virginiane mobilitate da Patrick Henry ed ebbero rapidamente la meglio. Dopo la disfatta di Great Bridge, il 9 dicembre 1775, Lord Dunmore fece bombardare Norfolk dalle navi per vendetta il 1º gennaio 1776 prima di fuggire in Inghilterra.
Quando scoppiò la guerra vera e propria gli americani disponevano solamente di milizie volontarie reclutate indipendentemente dalle varie colonie, molto motivate e aggressive ma senza organizzazione e disciplina. All'interno dei reparti predominavano individualismo e democrazia, tanto che i soldati eleggevano gli ufficiali tra i propri ranghi. Il Congresso decise quindi di costituire un Esercito Continentale organizzando reggimenti regolari reclutati su base statale; in un primo momento i soldati dell'Esercito Continentale erano reclutati su base volontaria per il servizio di un anno, ma nel 1777 si decise di prolungare la ferma a tre anni. 

George Washington, giovane militare della Virginia figlio di piantatori, venne scelto nel 1775 come comandante in capo dell'Esercito continentale americano durante la guerra d'indipendenza. Dopo la vittoria, venne subito considerato uno dei grandi padri fondatori della nazione e divenne a furor di popolo il primo Presidente degli Stati Uniti d'America, decidendo di fondare nel 1790 una nuova capitale che portasse il suo nome


Il generale George Washington, ricco piantatore della Virginia e in precedenza militare comandante delle milizie del suo Stato, era il comandante dell'Esercito Continentale. Privo di una specifica preparazione ma intelligente e perspicace, rifiutò di ricevere uno stipendio per il suo incarico. Washington era consapevole della debolezza dell'Esercito Continentale a causa delle carenze di disciplina, equipaggiamento e addestramento, ma riteneva possibile contrastare le truppe britanniche, apparentemente molto più efficienti, sfruttando l'entusiasmo patriottico dei soldati, spirito d'iniziativa, velocità di movimento e tattiche non convenzionali.
Le truppe inglesi, infatti, erano addestrate, tenaci e coraggiose, ma utilizzavano le classiche tattiche di guerra settecentesca, che prevedevano lo spostamento di truppe pesantemente equipaggiate seguite dai carri, l'avvicinamento al nemico e la carica alla baionetta dopo alcune raffiche. I reparti americani regolari, invece, non essendo addestrati al combattimento di fila e con la baionetta, utilizzarono tecniche flessibili con rapidi movimenti sul campo di battaglia, mentre i miliziani erano impiegati soprattutto per attaccare i fianchi e le vie di comunicazione del nemico e per compiere imboscate.
Dall'ottobre 1775 il comandante in capo delle truppe britanniche in America era il generale William Howe, veterano della guerra Franco-Indiana dove si era distinto alla battaglia di Québec, esperto di tattiche di fanteria leggera e, essendo un moderato con simpatie per le rivendicazioni delle colonie, sembrava indicato per raggiungere un rapido successo militare e favorire la successiva riconciliazione. 
Il 27 giugno 1775 il Congresso continentale, dopo molti dubbi e accese discussioni, aveva autorizzato un'offensiva in Canada, dove si riteneva di poter sfruttare il risentimento della popolazione francese verso il recente dominio britannico e accorpare anche quelle province. Le difese britanniche nel territorio canadese, governate dal generale Guy Carleton, erano estremamente deboli ma la popolazione, rassicurata dal Quebec Act che assicurava la tolleranza religiosa, non sostenne però l'invasore e, al contrario, collaborò nella difesa. 
Il generale Richard Montgomery nel settembre 1775 iniziò l'avanzata da Fort Ticonderoga in direzione di Montréal con circa 2000 uomini e il generale Benedict Arnold convinse Washington ad affidargli un secondo corpo di spedizione per sbucare direttamente a Québec passando con una marcia forzata attraverso il selvaggio territorio del Maine. Le sue truppe giunsero tuttavia esauste dopo aver perso molti uomini. Il generale Carleton, che disponeva di meno di 1000 soldati, decise di concentrare le sue modeste forze contro la colonna principale del generale Montgomery e riuscì in un primo tempo a fermare gli americani davanti a Fort St John fino al 2 novembre, quando il generale Montgomery conquistò il forte e Montréal dovette essere evacuata.
La situazione per i britannici diventò ancor più difficile con l'improvviso arrivo della colonna del generale Arnold davanti a Québec. Carleton riuscì tuttavia ad organizzare rapidamente una forza di difesa che riuscì a fermare gli americani e guadagnare tempo. Quando arrivò davanti a Québec anche Montgomery, i reparti erano indeboliti dalle fatiche della campagna e dall'arrivo del clima invernale e dilagava il vaiolo.
Montgomery riteneva impossibile prolungare le operazioni in pieno inverno a causa del progressivo indebolimento delle sue forze e prese la rischiosa decisione di sferrare un assalto di sorpresa alla città nella notte del 30 dicembre 1775, durante una violenta tempesta di neve. Fu un totale fallimento: gli americani furono respinti con pesanti perdite, Montgomery venne ucciso e Arnold fu gravemente ferito. Arnold, nonostante le ferite, assunse il comando e, avendo ricevuto rinforzi, decise di mantenere le posizioni, ma il suo esercito si stava lentamente disgregando a causa dell'epidemia di vaiolo e delle diserzioni. Il 6 maggio 1776 arrivarono truppe inglesi di rinforzo e gli americani furono costretti a ritirarsi. L'invasione americana del Canada era fallita.
Le sorti della guerra sembravano volgere in favore degli inglesi. Un aiuto al generale venne però da un cartolaio e farmacista di Boston, Henry Knox. I coloni avevano trovato al forte Ticonderoga 50 cannoni, più di quanti ne avesse l'intero Esercito Continentale, ma erano per assedio da fortezza e nessuno sapeva come trasportarli. Knox costruì ponti di fortuna e massicciate e, sfruttando tronchi d'albero come rotaia, fece arrivare 43 cannoni a Washington, che li dispose subito intorno a Boston.
A Boston erano stanziati 6500 soldati più 1600 volontari lealisti reclutati da Howe, che erano stati però mandati ad occupare la Carolina del Nord ma, il 27 febbraio 1776, erano stati annientati nella battaglia di Moore's Creek Bridge. Vedendo lo schieramento di cannoni, Howe decise di lasciare la città, caricando uomini e armi su 170 velieri. Washington potè così entrare a Boston il 17 marzo 1776 come un trionfatore. Per la prima volta i coloni erano veramente padroni di un territorio senza inglesi in armi. Il successo fu anche psicologico, poiché il clima di risveglio patriottico era ormai radicato.
In questa atmosfera di patriottismo e ottimismo, il Congresso continentale approvò una nuova serie di disposizioni che confermavano lo stato di guerra con l'Impero britannico: venne autorizzata l'attività illimitata dei corsari, l'embargo totale delle esportazioni verso la Gran Bretagna e l'apertura dei porti americani alle navi di ogni nazione esclusa la Gran Bretagna. 
La zarina di Russia Caterina aveva rifiutato di fornire soldati all'Inghilterra per la guerra d'America, ma il governo era riuscito ad ottenere da alcuni Stati tedeschi, grazie ai rapporti di parentela nobiliare del re e ingenti compensi, numerosi contingenti di mercenari da inviare in America, per costituire un grande corpo di spedizione per riconquistare le colonie. I nuovi piani di guerra, approvati il 5 gennaio 1776, prevedevano di attaccare gli stati centrali, New York, New Jersey e Pennsylvania, per separare territorialmente le colonie del New England a nord, ritenute il focolaio principale della ribellione, dagli stati meridionali, considerati invece in prevalenza lealisti. Il generale Howe, dopo aver evacuato Boston si era trasferito ad Halifax, in Canada, dove attese i rinforzi: arrivarono 10.000 mercenari tedeschi e 4500 soldati britannici. 
Nel frattempo, nel Congresso continentale erano in corso aspri e decisivi confronti politici tra i rappresentanti delle colonie. Venne deciso di rifiutare ogni contatto con eventuali rappresentanti di una "commissione di pace" britannica e, ad aprile 1776, per prima la Carolina del Nord indicò ai propri delegati di proporre l'indipendenza completa. Il 15 maggio 1776 anche la Virginia, la colonia più ricca, chiese al Congresso di "dichiarare le colonie unite, libere e indipendenti" e approvò una Dichiarazione dei diritti, in cui si affermava che "tutti gli uomini sono nati ugualmente liberi e indipendenti" e proclamava "la libertà civile, politica e di culto", dichiarando anche apertamente che Giorgio III era un "detestabile e insopportabile tiranno" e che il legame con la Gran Bretagna doveva essere "interamente sciolto".
Il 7 giugno 1776 il deputato virginiano Richard Henry Lee presentò al Congresso, sulla base del mandato ricevuto dall'assemblea del suo stato, tre "risoluzioni" decisive: le dichiarazioni che le "colonie unite erano stati liberi e indipendenti, che avrebbero potuto stipulare alleanze con stati stranieri e che avrebbero preparato un progetto per organizzare una confederazione tra loro". Anche senza aspettare le risposte di tutti gli Stati, venne costituita una commissione di 5 esperti per redigere una Dichiarazione d'Indipendenza, con a capo il 33enne Thomas Jefferson e composta da Benjamin Franklin, John Adams, Roger Sherman e Robert R. Livingston. 
Il 4 luglio 1776 a Filadelfia venne infine promulgata la Dichiarazione d'Indipendenza approvato dai delegati delle Tredici colonie: New Hampshire, Massachusetts, Rhode Island, Connecticut, New York, New Jersey, Pennsylvania, Delaware, Maryland, Virginia, Carolina del Nord, Carolina del Sud e Georgia andarono a costituire un nuovo Stato, gli Stati Uniti d'America. Per festeggiare la nascita fu suonata per la prima volta una nuova campana, la Liberty Bell.
Nel frattempo, da pochi giorni il generale Howe aveva dato inizio alle operazioni offensive sbarcando senza difficoltà a Staten Island, davanti a New York. Il corpo di spedizione era il più grande che fosse mai stato organizzato nella storia britannica, costituito da circa 24.000. Il fratello di Howe, l'ammiraglio Richard Howe, aveva invece assunto il comando supremo della squadra navale. Washington aveva concentrato gran parte del suo esercito, oltre 20.000 uomini, per difendere New York ma aveva disseminato le sue forze tra le isole di Long Island, Governor's island, Manhattan e la costa del New Jersey; divise dai corsi d'acqua dell'East River e dell'Hudson le sue forze erano molto vulnerabili e rischiavano di essere isolate e distrutte separatamente dagli anglo-tedeschi, che avevano superiorità navale.
Howe decise invece inizialmente di intraprendere una lenta e metodica campagna regolare attaccando Long Island, rinunciando a ricercare una vittoria decisiva e accontentandosi di occupare il territorio di New York soprattutto per non accrescere, con una devastante offensiva militare, l'odio dei coloni e non rinunciare alle residue speranze di raggiungere una conciliazione. La battaglia di Long Island si concluse con una pesante sconfitta dell'esercito continentale. 

Thomas Jefferson, principale autore della Dichiarazione d'Indipendenza, è stato il terzo Presidente degli Stati Uniti dal 1801 al 1809, dopo Washington e John Adams, altro padre fondatore della nazione. Fondatore del Partito Repubblicano, fu fautore di uno Stato laico e liberale di stampo illuminista. Morirà il 4 luglio 1826, esattamente il giorno del 50° anniversario della Dichiarazione di Indipendenza. In quello stesso giorno morì anche John Adams, secondo Presidente, suo amico e avversario


Dopo la battaglia il generale tuttavia sembrò rinunciare a sfruttare la vittoria: invece di proseguire subito gli attacchi preferì organizzare un assedio delle posizioni nemiche a Brooklyn, dando la possibilità a Washington di organizzare la ritirata, sfruttando la nebbia e un forte nubifragio, verso Manhattan, lasciando New York agli inglesi. Gli statunitensi continuarono poi la ritirata verso il New Jersey.
Contemporaneamente, il governatore del Canada Guy Carleton attaccò il forte Ticonderoga con l'intento di dividere gli Stati Uniti in due e di conquistare la zona settentrionale. Benedict Arnold era però riuscito ad armare 16 navi con cui prese tempo e costrinse l'esercito inglese a tornare verso il Canada, visto l'arrivo dell'inverno, che fermò anche Howe. Dall'Europa arrivarono centinaio di volontari, per lo più francesi e polacchi, in aiuto delle forze statunitensi.
Washington era in seria difficoltà: il Congresso lo accusava per la disfatta, nonostante il generale fosse riuscito a mantenere la coesione delle sue forze e avesse evitato la distruzione dell'esercito. Nello schieramento britannico il generale Howe aveva trattenuto il grosso delle forze a New York lasciando 8mila uomini al comando del generale Charles Cornwallis, nella città di Princeton e 2500 tedeschi negli avamposti di Trenton e Bordentown. Washington iniziò a fare piani per cogliere di sorpresa queste forze per rafforzare la sua posizione di fronte al Congresso e consolidare il morale del suo esercito.
Il generale scelse di attaccare la notte dopo il giorno di Natale: sapeva infatti che i costumi tedeschi prevedevano, a differenza di quelli statunitensi, di celebrare la festività con grandi pranzi e bevute e che avrebbe perciò trovato gran parte dei difensori ubriachi o addormentati. Alle 8 del 26 dicembre gli statunitensi raggiunsero Trenton mentre la guarnigione di 1700 uomini dormiva ancora, comprese le sentinelle. Le forze statunitensi contavano solamente 2 morti e 4 feriti mentre le perdite nemiche ammontavano a 1086 uomini (20 morti, 84 feriti e 982 prigionieri).
Washington decise però di ripiegare oltre il Delaware con i prigionieri e il bottino senza attaccare Bordentown, dove 400 soldati erano riusciti a fuggire, perché era ormai venuto meno l'effetto sorpresa, avviò invece una nuova campagna di reclutamento che portò nuovamente il numero di soldati dell'Esercito Continentale a 10.000.
Quando Howe venne a conoscenza dei fatti di Trenton ordinò l'immediato contrattacco al generale Cornwallis. Le truppe statunitensi infatti, tra il 1° e il 2 gennaio 1777, avevano riattraversato il fiume Delaware con 5000 uomini attestandosi in una posizione poco difendibile. Giunto davanti allo schieramento Cornwallis si accorse della posizione sconveniente del nemico e concesse ai propri soldati una giornata di riposo, come previsto da Washington, che durante la notte ordinò di accendere tutte le lanterne e i fuochi del campo e aggirò le postazioni inglesi mentre i soldati di Cornwallis dormivano. La battaglia fu breve e non riportò molte perdite (15 statunitensi e 90 inglesi), anche se le truppe inglesi sbandarono e si diedero alla fuga disordinata nelle campagne. Quando Cornwallis si riorganizzò, Washington aveva 24 ore di vantaggio ed era impossibile raggiungerlo prima che entrasse a Morristown, ben fortificata e difendibile. A Morristown Washington stabilì il quartier generale e informò il Congresso, che si era spostato a Baltimora) di aver ripreso il controllo del New Jersey e di essere a soli 48 km da New York.
Nel frattempo a Parigi il ministro francese della guerra, Claude-Louis de Saint-Germain, aveva incontrato il barone prussiano Friedrich Wilhelm von Steuben e i due si erano accordati per offrire il loro aiuto per riorganizzare gratis l'Esercito Continentale statunitense, in modo che tenesse impegnati gli inglesi a lungo.
In Inghilterra, il generale Burgoyne era stato nominato comandante del Canada ed era stato posto al comando di 6000 uomini che, mobilitando anche nativi e lealisti canadesi, arrivarono a circa 10.000 in vista di una nuova offensiva coordinata con Howe, che sembrava procedere per il meglio.
Dall'altra parte Washington si trovava a capo di 11.000 uomini male armati ed addestrati; la situazione era simile a quella di New York e il generale scelse di seguire lo stesso metodo per la difesa: combattere solo lo stretto necessario a salvare l'onore senza impegnare le truppe in uno scontro in campo aperto. Inoltre Washington aveva deciso di affiancare al comando un volontario straniero, il marchese de La Fayette.
L'Esercito Continentale cercò di bloccare l'avanzata inglese presso il fiume Brandywine, venendo sconfitto. Una piccola retroguardia comandata da La Fayette, promosso quel giorno generale a soli 20 anni, si occupò di coprire la ritirata. Le perdite statunitensi erano, tra morti e feriti, di circa 700 uomini contro i 500 inglesi, quasi tutti feriti.
Il 22 settembre 1777 Filadelfia cadde in mano inglese. Il contraccolpo psicologico fu notevole e George Washington dovette organizzare un immediato contrattacco, ma il piano che si rivelò troppo difficile per l'Esercito Continentale: quattro colonne avrebbero infatti dovuto marciare verso la città per poi fuggire, riunirsi nel villaggio di Germantown e attaccare poi Filadelfia lasciata sguarnita. Sarebbe stato fondamentale il tempismo tra le colonne ma la prima si attardò, la seconda sbagliò strada incrociando la terza che, scambiatola per il nemico, la attaccò. Solo la quarta, guidata personalmente da Washington e dal generale John Sullivan, rispettò la tabella di marcia ma si trovò di fronte gli inglesi. Il vantaggio avuto a Trenton ed a Princeton era stato vanificato.
A nord, invece, Burgoyne, dopo aver facilmente conquistato Fort Ticonderoga e Fort Edward, commise l'errore di marciare nella valle dell'Hudson attraverso l'impervio e quasi impraticabile territorio della wilderness; privi delle guide indiane, avanzarono con grande lentezza, appesantiti da 42 cannoni e dai carriaggi, coprendo solo 5/6 km al giorno, perdendo molti carri e allontanandosi dalle basi dei rifornimenti.
I miliziani del New England invece conoscevano bene la zona e intralciarono la marcia del nemico con continui attacchi di disturbo che rallentarono ulteriormente l'avanzata e causarono sensibili perdite. Il volontario polacco Tadeusz Kościuszko, era stato poi incaricato di allestire un solido sistema difensivo sulla cresta di Bemis Heights, vicino al villaggio di Saratoga e 7000 uomini al comando di Horatio Gates erano stati mandati, per ordine di Washington, dal New Jersey. Burgoyne aveva perso circa 1000 uomini che, aggiungendosi alle diserzioni e alle perdite precedenti, riducevano le truppe inglesi a un totale di 7000 uomini e poteva a questo punto ritirarsi riattraversando il wilderness con l'inverno alle porte e la guerriglia statunitense oppure proseguire, sperando di ricongiungersi con i rinforzi di Howe. Scelse la seconda ipotesi, mandando avanti il colonnello Baum e 800 uomini nel Vermont con l'ordine di rastrellare i viveri dalle fattorie. Baum venne però attaccato a Bennington e dovette ritornare dal generale con solo 200 soldati e senza viveri.
Bourgoyne, in realtà, avanzava senza sapere che le truppe di Howe non si trovavano a Saratoga ma a Filadelfia (la lettera di Howe non arrivò mai a destinazione perché il corriere venne intercettato), e quelle del generale St. Leger erano state sconfitte. Bourgoyne arrivò così stremato alle Bennis Heights, dove Arnold aveva concentrato 8000 uomini. Il 19 settembre gli inglesi attaccarono costringendo gli statunitensi a ripiegare. L'esercito Usa si spostò quindi alla fattoria Freeman, una grande tenuta con molti edifici facili da difendere.
Quando, poiché i viveri cominciavano a scarseggiare, Burgoyne decise di attaccare nuovamente le Bennis Heights, la risposta americana fu molto più efficace. Dopo aspri combattimenti, i miliziani del New England travolsero gli inglesi, ma Arnold era rimasto di nuovo gravemente ferito. Burgoyne riuscì a dirigersi verso Saratoga, dove venne di nuovo attaccato. Le posizioni britanniche caddero una dopo l'altra fino al 17 ottobre, quando Burgoyne si arrese con soli 5000 uomini a sua disposizione. Gli statunitensi erano a capo invece di 16.000/ 18000 uomini.
Tutti gli uomini che si erano arresi, secondo gli accordi tra i due generali, avrebbero dovuto essere rimpatriati. Il Congresso continentale però si rifiutò di adempiere alle clausole della resa e decise di trattenere le truppe anglo-tedesche come prigionieri di guerra fino al termine del conflitto. La battaglia di Saratoga ebbe un effetto notevole: gli statunitensi avevano infatti riunito per la prima volta un numero consistente di uomini e sconfitto gli inglesi in campo aperto.
La catastrofe di Saratoga suscitò grande emozione in Gran Bretagna e diede il via a una generale rivalutazione di condotta della guerra, opzioni strategiche e catena di comando. Il generale Carleton si dimise dal comando del teatro canadese dopo aver duramente criticato il Ministro delle Colonie Germain e venne sostituito dal generale Frederick Haldimand; anche il generale William Howe, che iniziava a soffrire di depressione e avere cedimenti nervosi, offrì le sue dimissioni, anche perché ormai cosciente dell'estrema difficoltà della missione di fronte alla vastità della ribellione.
Avuta notizia della disfatta di Saratoga, il ministro degli esteri francese Charles Gravier, conte di Vergennes, convocò segretamente Benjamin Franklin e gli altri diplomatici statunitensi per proporre loro un'alleanza, su cui Luigi XVI si dimostrò indeciso, anche per la posizione contraria della moglie, la regina Maria Antonietta, che era a favore della schiavitù e, dal momento che i ribelli si ribellavano a un re, invitava il marito a essere cauto. L'alleanza venne sancita il 6 febbraio 1778: i francesi garantivano "pieno appoggio per mare e per terra" mentre gli statunitensi si impegnavano a "non concludere una pace separata con la Gran Bretagna". Come risposta, il governo inglese varò il "Piano di riconciliazione": le colonie avrebbero ottenuto la massima autorità governativa a patto di riconoscere il re d'Inghilterra come proprio sovrano. Gli Stati Uniti rifiutarono, visto che godevano ormai dell'appoggio di un potente alleato e ritenevano di potersi opporre alla madrepatria con ancora più efficacia. Ratificata l'alleanza la Francia mobilitò un corpo di spedizione e rifornimenti all'Esercito Continentale, e Franklin iniziò altri colloqui per estendere l'alleanza anche al Regno di Spagna e alla Repubblica delle Sette Province Unite (gli odierni Paesi Bassi).

Dal 6 al 19 ottobre 1781 le forze americane e francesi assediarono Yorktown, dove si era rifugiato il generale inglese Cornwallis, che stava tentando di conquistare gli Stati Uniti da sud attraverso il Sud Carolina. A partire da quell'episodio, l'Inghilterra iniziò trattative di pace con gli Stati Uniti, diventate effettive solo dopo la fine della guerra con Francia e Spagna con il Trattato di Parigi del 3 settembre 1983


Dopo la sconfitta subita a Filadelfia, Washington si ritirò in Pennsylvania, a Valley Forge, che sorgeva su un altopiano facile da difendere, anche se battuto dalla neve e mancante di risorse. L'Esercito Continentale era allo stremo con poche armi e munizioni di pessima qualità, senza viveri, legname, vestiti, tende e foraggio. Un militare prussiano volontario, Friedrich von Steuben, si impegnò nell'addestramento degli ufficiali e delle truppe ed elaborò un preciso regolamento, il Regulation for the Order and Discipline of the Troops of the United States. 
Il generale Henry Clinton era nel mentre arrivato a Filadelfia il 3 maggio 1778 e aveva assunto il comando in capo al posto di Howe, mentre l'ammiraglio Richard Howe manteneva il controllo delle forze navali. Con l'intervento della Francia il governo di Londra dovette modificare la sua pianificazione strategica e rivedere gli obiettivi di guerra, ritenendo più importante affrontare la minaccia francese, che sarebbe sfociata in una battaglia navale. Il Primo Lord dell'Ammiragliato, Lord Sandwich, si impegnò per aumentare il numero di vascelli in grado di prendere il mare. Venne quindi deciso, con l'approvazione del re Giorgio III e del nuovo comandante in capo generale Jeffrey Amherst, che Clinton non avrebbe ricevuto rinforzi e, al contrario, avrebbe dovuto tenere disponibili delle truppe da impiegare contro i possedimenti francesi nelle Antille e in particolare contro l'isola di Santa Lucia. La guerra contro le colonie ribelli diventava secondaria, tnato che venne ordinata l'evacuazione di Filadelfia per mantenere solo l'occupazione di New York e Newport.
Il 18 giugno, all'indomani dello scontro tra le prime due navi di Francia e Inghilterra, la Belle-Poule e l'Arethusa, le truppe di Clinton lasciarono Filadelfia dirigendosi verso New York. La marcia procedeva lentamente a causa delle vettovaglie e del caldo di giugno che fece molte vittime tra le file inglesi e andava avanti di circa 10 km al giorno. Washington cercò di sfruttare l'opportunità e, nonostante le sue truppe fossero in Pennsylvania, calcolò che avrebbero potuto raggiungere Clinton se avessero attraversato a tappe forzate il New Jersey. Per agevolare le operazioni divise i suoi 11.000 uomini in due colonne: 6000 soldati sotto il suo comando e 5000, come avanguardia, al comando del generale Lee. Il 28 giugno le truppe raggiunsero Clinton presso il villaggio di Monmouth, l'odierna Freehold, ben lontano da New York, ma gli statunitensi lasciarono sul campo 360 uomini contro i 415 inglesi senza riuscire a ostacolare Clinton.
A seguito della sconfitta, Lee venne deferito alla corte marziale dallo stesso Washington, con l'accusa di disobbedienza perché aveva attaccato troppo presto. Il generale si difese sostenendo di aver confuso la retroguardia nemica con la forza principale e accusò Washington di averlo offeso con bestemmie, cosa molto grave nell'America puritana. Molti proposero di sostituire Washington con Horatio Gates, il vincitore di Saratoga, ma queste intenzioni furono bloccate dalla cosiddetta "congiura Conway", un piano del generale Thomas Conway per destituire Washington, sulla cui credibilità dibattono ancora oggi gli storici. 
Nel mentre, il 7 luglio giunse a Filadelfia il conte d'Estaing con la flotta e i rifornimenti francesi. Gli Stati Uniti si trovavano ad avere per la prima volta una flotta competitiva da opporre a quella inglese. L'arrivo francese non migliorò però la situazione: Clinton sbarcò in Georgia 6000 uomini che conquistarono subito la città di Savannah e si mossero verso ovest e verso nord, minacciando la Carolina del Sud e la capitale Charleston. Washington non poteva inviare rinforzi sia per le eccessive distanze sia perché gli uomini che aveva a disposizione erano sufficienti solo a fronteggiare gli inglesi di New York e Newport, posta sotto assedio, e a sorvegliare la frontiera canadese. 
Tra la fine del 1778 e l'inizio del 1779 si riacutizzarono anche gli antichi contrasti tra i nativi dell'ovest e i coloni, che miravano alle loro vaste terre e tentavano di convertirli forzatamente alla religione puritana. Gli inglesi erano a conoscenza di questa situazione e cercarono di sfruttarla a proprio vantaggio, cercando di inquadrare i nativi nell'Esercito britannico (uno di loro, Joseph Brant arrivò ad avere il grado di colonnello). 
I coloni dell'Ohio e dell'Illinois furono sconfitti senza problemi, ma nel Kentucky riuscirono ad organizzare una resistenza grazie a George Rogers Clark che riuscì a raccogliere 175 volontari e a catturare Kaskaskia e a piazzaforte di Vincennes, che garantiva il controllo di buona parte dell'Illinois. Per migliorare la situazione Clark strinse delle alleanze con due tribù indiane della zona e con i coloni di origine francese, in nome del patto tra le due nazioni ma i lealisti, grazie al controllo della grande città di Detroit, riuscirono a riprendere Vincennes. Clark, in netta inferiorità numerica (1000 uomini contro 5000) effettuò allora una mossa a sorpresa: scelse di attaccare a febbraio, quando solitamente gli eserciti erano ritirati negli accampamenti invernali. Radunati 127 volontari, in buona parte francesi, puntò subito verso Vincennes coprendo 300 km tra paludi e fiumi ghiacciati in circa 3 settimane e colse di sorpresa la guarnigione inglese, facendola capitolare. A causa del freddo e dei mancati rifornimenti, si dovette tuttavia fermare anzichè puntare su Detroit e i lealisti si poterono riorganizzare e rioccuparono la piazzaforte.
Nonostante la ferocia mostrata dai nativi, gli "uomini della frontiera", com'erano chiamati i coloni, resistevano e tutto finì per sfociare in una serie di scontri isolati senza nessuna battaglia di sfondamento. Se sul fronte militare furono operazioni marginali, ebbero tuttavia notevole peso in chiave storica, visto che i massacri e le ruberie commesse dai nativi fornirono il pretesto al genocidio che gli statunitensi perpetrarono poi nell'Ottocento.
Dopo la battaglia di Monmouth, Washington schierò le sue truppe attorno a New York. Nel frattempo, il 9 maggio 1779 anche il Regno di Spagna aderiva all'alleanza franco-statunitense. La situazione rimase in stallo un anno finché a dicembre 1779, mentre Washington stava ritirandosi nei quartieri invernali, Clinton attaccò a sud. Il 26 dicembre 16.000 inglesi mossero da Savannah con 2000 carri e 500 cannoni e assediarono Charleston, capitale del Sud Carolina. L'assedio durò circa 2 mesi senza che Washington potesse inviare aiuti da nord. Clinton risparmiò i suoi uomini, lasciando che i difensori sprecassero munizioni e poi passò all'attacco, conquistando il forte. Le perdite furono molto alte: 6000 statunitensi, inclusi 7 generali, 8000 fucili e 300 cannoni furono catturati da Clinton. Fu la più pesante sconfitta subita nella guerra dagli americani.
Il passo successivo era la conquista della Carolina del Nord. Se Clinton avesse attaccato subito, l'Esercito Continentale sarebbe stato schiacciato tra le forze della Carolina e quelle di New York, ma il generale preferì lasciare il comando a Lord Cornwallis ritornando a nord. Il 12 giugno per fortuna arrivarono 5000 soldati francesi, che occuparono Newport. Cornwallis decise di avanzare verso nord e si scontrò con i franco-americani il 16 agosto 1780 a Sanders Creek. Gli statunitensi vennero sconfitti, lasciando sul campo 2000 tra morti, feriti e prigionieri contro i 325 inglesi. Washington destituì immediatamente Gates, responsabile del teatro meridionale, e lo sostituì con Nathanael Greene
Alla fine del 1780 un altro problema colpì gli statunitensi: Benedict Arnold, uno dei generali più famosi e capaci dell'Esercito Continentale, eroe della battaglia di Saratoga e  governatore di Filadelfia, passò all'Inghilterra, accordandosi in segreto per far entrare gli inglesi a West Point in cambio di 20.000 sterline. Arnold ottenne dal generale Clinton la nomina a maggior generale e il comando di un reparto di lealisti. Il morale dell'Esercito Continentale crollò. Nel gennaio 1781 in Pennsylvania alcuni reparti che non ricevevano i viveri e le paghe si ribellarono e Washington riuscì, in parte grazie al suo carisma e alla promessa dei pagamenti, in parte grazie alla durezza con cui represse il sollevamento, a sedare la rivolta.
A sud i britannici del generale Cornwallis avanzavano in Carolina del Nord, minacciando anche la Virginia. Il generale Nathanael Greene però, dopo aver preferito inizialmente condurre una ritirata attraverso le Caroline per guadagnare tempo e logorare i britannici, prese l'iniziativa e affrontò Cornwallis nella battaglia di Guilford Courthouse, ritirandosi ma infliggendo pesanti perdite a Cornwallis. Era anche molto efficace azione di guerriglia dei generali Francis Marion, la "volpe delle paludi", e Thomas Sumter, "il gallo da combattimento delle Caroline", che a Kings Mountain uccisero o catturarono circa 1000 britannici. Nonostante le perdite, Cornwallis rimaneva a capo di 8000 uomini contro i circa 4000 di Greene.
Charles Cornwallis scrisse a Clinton per chiedere ingenti rinforzi per rendere facile la riconquista inglese tramite un'avanzata da sud ma il comandante in capo, nonostante avesse a New York una superiorità numerica schiacciante (per ogni assediante statunitense vi erano circa 2 difensori inglesi), gli inviò solo due reparti, tra cui quello di Arnold, esperto nelle tattiche di guerriglia per via dell'addestramento Usa. 
Intanto, nello schieramento franco-statunitense Washington sosteneva che prima bisognava liberare New York e poi attaccare Cornwallis, mentre Rochambeau era favorevole ad un attacco diretto contro quest'ultimo. 
Clinton, preoccupato per lo stato d'assedio di New York, ordinò a Cornwallis di rimandare in città 3000 uomini, lasciandogliene 9000 uomini. Sapendo di non essere in condizione né di attaccare né di potersi difendere, Cornwallis ordinò di ritirarsi a Yorktown, mentre dalle Antille giungevano rinforzi francesi, in tutto 3200 uomini, recuperati dall'ammiraglio francese de Grasse, portando il totale statunitense a 26.000 uomini. Quando De Grasse recuperò anche 25 vascelli dalle Antille, Washington si convinse che il teatro sud era prioritario.
Washington e Rochambeau assediarono Yorktown con 16.645 uomini, ottenendo la resa di Cornwallis in 8 giorni. Le truppe franco-statunitensi ebbero 75 morti e 199 feriti contro i 156 morti, 326 feriti e 8077 prigionieri inglesi. Anche se ci furono ancora battaglie successive, il successo di Yorktown segnò di fatto la vittoria statunitense della guerra. 
Gli inglesi erano però ancora in vantaggio a nord e a ovest, mentre gli statunitensi a sud. New York era ancora protetta da 15.000 uomini ai comandi di Clinton, mentre la frontiera canadese contava 5000 difensori protetti da un sistema di fortificazioni. Il fianco occidentale vedeva gli inglesi e i lealisti occupare l'Illinois, controllando Detroit e Vincennes con 4000 uomini, appoggiati dai nativi. A sud invece il generale Greene aveva sconfitto a Eutaw Springs i britannici riconquistando Carolina del Nord, Carolina del Sud e Georgia, tranne Charleston e Savannah.
Tatticamente la guerra poteva ancora essere rimessa in discussione dall'Inghilterra; il fronte interno del Paese tuttavia cedette. Gli effetti della guerra sull'economia erano stati disastrosi e l'opinione pubblica, a cui erano state promesse facili vittorie, dovette scontrarsi di un conflitto lungo e a sorti alterne, con anche pesanti sconfitte. Il governo si convinse che, poiché l'Esercito Continentale era ormai appoggiato dalla maggior parte della popolazione, anche vincendo sarebbe stato impossibile nel lungo periodo mantenere il controllo degli Stati Uniti con la forza. Inoltre l'intervento di Spagna e Francia avrebbe potuto togliere il controllo dei mari alla Gran Bretagna, fronte su cui occorreva concentrarsi. Gli scontri sul continente così terminarono nell'estate del 1782, mentre la guerra tra le superpotenze proseguiva in tutti i possedimenti in tutto il mondo, dilagando anche in Asia, nelle Antille e in Europa.
Il 30 novembre 1782 Regno Unito e Stati Uniti d'America firmarono una pace separata, siglata dal primo ministro William Petty, marchese di Lansdowne, e Benjamin Franklin; il trattato stabiliva il cessate il fuoco tra i due Stati e il riconoscimento inglese degli Stati Uniti, ma rimandava alla pace definitiva tutte le questioni militari e territoriali.
Il 3 settembre 1783 venne infine firmato il Trattato di Parigi che concludeva la guerra in toto. Il 10 dicembre 1783 Washington si congedò dall'Esercito Continentale e nel 1789 verrà eletto primo Presidente degli Stati Uniti, con capitale New York (nel 1790, per evitare contrasti tra Nord e Sud, sceglierà personalmente il luogo in cui far sorgere una nuova capitale, che porta ancora oggi il suo nome). Il trattato stabilì l'acquisizione degli Stati Uniti dei territori ad est del Mississippi tranne Florida e parte della Louisiana, che passavano alla Spagna, e la possibilità di continuare l'espansione verso ovest. 
Il Regno Unito, nonostante la sconfitta, rimase la più grande potenza marittima al mondo. La Spagna riuscì solo a riconquistare Minorca e a guadagnare alcuni possedimenti in Nordamerica, generando però una grave crisi politica che portò alla disgregazione del suo impero coloniale. Infine la Francia, pur conquistando il Senegal e Trinidad e Tobago, ponendo anche le basi per la conquista dell'Indocina francese, perse moltissime risorse per finanziare la guerra, spianando la strada alla Rivoluzione Francese, che sarebbe scoppiata 6 anni dopo la pace, ispirata anche dagli ideali che avevano trionfato in America.

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