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40° - Disastro del Challenger

Uno degli incidenti più drammatici nella storia delle esplorazioni spaziali, il primo a essere ripreso in diretta tv. Il 28 gennaio 1986 lo Space Shuttle Challenger si disintegrava dopo 73 secondi dal decollo, causando la morte di tutti e 7 i membri dell'equipaggio, unica missione considerata fallita dal programma Space Shuttle.

Il 28 gennaio 1986 si verificò il più grave incidente nella storia delle esplorazioni spaziali, al pari di quello del Columbia nel 2003: lo Space Shuttle Challenger, a 73 secondi dal decollo, si disintegrò per un difetto a una saldatura. Il disastro causò la morte di tutti e 7 gli astronauti  bordo


Nel 1981 la Nasa aveva aperto una nuova epoca nell'esplorazione spaziale con l'introduzione dello Space Shuttle, il primo veicolo spaziale riutilizzabile, in grado di compiere più voli nel corso degli anni. La costruzione del primo shuttle, il Columbia, era iniziata nel 1975 a Palmdale, in California. Il nome venne deciso in onore della HMS Columbia, la nave capitanata da Robert Gray che esplorò il Pacifico nord occidentale e divenne il primo vascello statunitense a circumnavigare il globo. Il nome Columbia, per lo stesso motivo, era stato scelto anche per il modulo di comando della missione Apollo 11, che nel 1969 era arrivata sulla Luna. Completata la costruzione l'orbiter venne portato al John F. Kennedy Space Center di Cape Canaveral il 25 marzo 1979.
Il 19 marzo 1981, prima del lancio inaugurale, 2 tecnici rimasero uccisi e 4 feriti durante un test a terra sul Columbia. Il primo volo del Columbia fu il 12 aprile 1981, il primo dell'era shuttle, comandato da John Watts Young, veterano dello spazio, e pilotato da Robert Crippen, mai stato nello spazio in precedenza, ma appartenente all'equipaggio di supporto per missioni Skylab e Apollo-Sojuz. Il Columbia rimase in orbita 2 giorni e, esattamente 7 mesi dopo, divenne il primo velivolo spaziale a essere riutilizzato.
La carriera del Columbia fu da record: nel giro di 22 anni accumulò 28 missioni, rimase in orbita per 300,74 giorni, completando 4.808 orbite e percorrendo in totale 201,5 milioni di chilometri, inclusa la missione finale. 
Come per il Challenger, tuttavia, anche la fine del Columbia fu tragica. Il 16 gennaio 2003, dopo una missione scientifica di 16 giorni, lo shuttle si disintegrò in mondovisione 16 minuti prima dell'atterraggio, uccidendo tutti e 7 gli astronauti a bordo. Dall'analisi delle immagini della partenza dello Shuttle, venne poi ricostruito che un blocco di schiuma solida si era staccato dall'External Tank colpendo il rivestimento dell'ala sinistra della navetta e provocando un foro di circa 25 cm che, al rientro, avrebbe permesso al calore di entrare all'interno, indebolendo la struttura portante della navetta fino a renderla ingovernabile e consentire alle forze aerodinamiche di disintegrarla.
Ma questo non era ancora accaduto nel 1972, quando venne iniziata la costruzione del Challenger, pensato come semplice veicolo orbiter, oggetto orbitante per test in orbita, non viaggi spaziali con astronauti. Il nome derivava dalla HMS Challenger, nave inglese della Royal Navy riconvertita a fini scientifici, che tra il 1872 e il 1876 effettuò la prima spedizione di esplorazione oceanografica della storia. La HMS Challenger esplorò il Pacifico per 1 606 giorni, di cui 
713 giorni al largo. Durante il viaggio di oltre 127.500 km fece 497 esplorazioni in acque profonde, 133 dragaggi dei fondali, 151 operazioni di pesca in mare aperto, 263 osservazioni seriali della temperatura dell'acqua, e scoprì circa 4 717 nuove specie marine.
Insieme a lui venne costruito un veicolo gemello, l'Enterprise. ma senza motori e scudo termico, quindi incapace di operare nello spazio senza modifiche. Il Challenger venne destinato al volo dopo che fu scoperto che era più economico adattarlo rispetto all'Enterprise, che aveva ancora troppe lacune. 
Il 4 aprile 1983 il Challenger partì per la sua prima missione, durata 5 giorni, durante la quale il comandante Paul Weltz effettuò la prima camminata nello spazio dell'era Shuttle. In totale, il Challenger effettuò 10 missioni nel giro di 3 anni, rimase 62,41 giorni in orbita, completando 995 orbite intorno alla Terra e percorrendo 41.500 km. Nel 1984, in una spedizione Challenger, venne effettuata la prima camminata nello spazio senza corda.
Nel 1986, quindi, il Challenger doveva partire per la sua 10° missione, con 7 astronauti a bordo, 4 uomini e 3 donne. Il lancio era inizialmente stabilito per le 14:43 del 22 gennaio, ma i ritardi nella missione STS-61-C dell'altro Shuttle, il Columbia, causarono lo spostamento della data del lancio, poi ulteriormente rinviato a causa delle cattive condizioni meteo nel sito di atterraggio di emergenza transoceanico (Transoceanic Abort Landing, TAL) a Dakar, in Senegal. La NASA decise di utilizzare come sito TAL Casablanca, ma non essendo attrezzato per gli atterraggi notturni, il lancio venne spostato alle 9:37 del 27 gennaio. Ulteriori rinvii vennero decisi quando non funzionò un sistema antincendio durante il rifornimento di idrogeno liquido e definitivamente programmato per le 11:38 di martedì 28 gennaio 1986.
Il decollo seguì la normale sequenza di operazioni: quando mancavano 6,6 secondi al lancio il pilota Michael John Smith, veterano del Vietnam e al primo volo spaziale, accese i 3 motori principali (SSME); fino a quando non avviene il decollo, questi motori possono essere spenti in sicurezza e il lancio può essere annullato. Al momento della partenza, i 3 motori erano accesi al 100% delle prestazioni e iniziarono ad aumentare fino al 104% sotto il controllo del pilota automatico. Al secondo del decollo, i 2 razzi a combustibile solido (SRB) vennero accesi e furono rimossi con cariche esplosive i blocchi che assicuravano il veicolo alla rampa.
Una successiva analisi del video del lancio mostrò che nell'istante T+0.678 dal razzo a propellente solido di destra veniva emesso del fumo grigio scuro vicino al punto di aggancio del razzo al serbatoio esterno. Una saldatura tra 2 sezioni dell'SRB, detta O-Ring, era stata distrutta dalla pressione; esisteva un O-Ring primario, che avrebbe dovuto sigillare il foro, ma il gelo esterno aveva praticamente azzerato le sue proprietà elastiche e le labbra dello squarcio, piegandosi per il calore, avevano bloccato l'O-Ring secondario. Gli ossidi d'alluminio prodotti dalla combustione del carburante avevano però creato un sigillo provvisorio, fermando l'emissione di fumo. Per evitare che le forze aerodinamiche nella parte bassa dell'atmosfera, dove è più densa, lacerino lo Shuttle, gli SSME devono rallentare fino a una velocità limite, che iniziò a T+28 secondi, fino a raggiungere il 65%, per poi tornare al 104% a T+51. 
Durante questa ascesa si verificò il più violento vento trasversale nella storia del volo spaziale e le raffiche di vento spaccarono il velo di ossido di alluminio che aveva temporaneamente ostruito la falla. All'istante T+58.788 una telecamera riprese la formazione di un pennacchio vicino alla struttura di aggancio del razzo di destra. All'insaputa dell'equipaggio del Challenger o del personale di Houston, il gas infiammato iniziò a fuoriuscire attraverso la falla nella giunzione. Nel tempo di 1 secondo, il pennacchio divenne ben definito e intenso, ma anche se il controllo di missione se ne fosse accorto, non avrebbe potuto fare nulla.
A T+72, il Challenger subì un'improvvisa accelerazione laterale verso destra, che venne avvertire avvertita dall'equipaggio, che in radio disse: "Uh, oh...".  Sarà l'ultima comunicazione radio dello Shuttle, visto che a
 T+73.1 il Challenger iniziò a disintegrarsi. A T+79 una telecamera dove doveva esserci il Challenger c'era solo una nube di fumo e fiamme, con grandi frammenti incendiati che ricadevano verso l'oceano. Con la disintegrazione del serbatoio esterno, il Challenger a un'altezza di 14.000 metri era stato avvolto completamente nel fuoco esplosivo, aveva virato dal suo corretto assetto rispetto al flusso dell'aria ed era stato immediatamente fatto a pezzi dalle forze aerodinamiche. I due serbatoi, che potevano resistere a carichi aerodinamici maggiori, si separarono dal serbatoio esterno e iniziarono a volare in modo indipendente. 
Lo Shuttle e il serbatoio esterno quindi non esplosero, al contrario di ciò che sembra, ma vennero disintegrati dalle forze aerodinamiche, essendo lo Shuttle vicino al punto Max Q, di massima pressione aerodinamica. La cabina dell'equipaggio e gli SRB resistettero alla rottura; mentre la cabina staccata continuava la sua traiettoria, il carburante immagazzinato nel serbatoio esterno e nell'orbiter bruciò per alcuni secondi, producendo un'enorme palla di fuoco. Se ci fosse stata una vera esplosione, l'intero Shuttle sarebbe stato distrutto all'istante. I due razzi SRB, separatamente, continuarono invece a volare mentre si allontanavano dalla palla di fuoco.

Il viaggio inaugurale del Challenger, secondo Shuttle a entrare in servizio dopo il Columbia, era avvenuto il 4 aprile 1983. Successivamente aveva compiuto altri 8 viaggi di andata e ritorno verso un'orbita terrestre bassa; la missione del 1986 era la sua 10°


La cabina, quindi, iniziò lentamente a cadere. Almeno qualche astronauta doveva essere vivo e cosciente dopo la rottura, perché 3 delle 7 "personal egress air pack" (PEAP, le riserve di ossigeno di emergenza) dei caschi furono attivate. La scorta d'aria rimanente era sufficiente per 2 minuti e 45 secondi, il tempo stimato in cui la cabina sarebbe caduta fino a toccare il mare. La NASA stimò che le forze di separazione furono da 12 a 20 volte la forza di gravità per un brevissimo momento, entro 2 secondi l'accelerazione scese a 4 G e in 10 secondi la cabina si trovò in caduta libera. Queste forze sono tollerabili dal corpo umano e di solito causano solo svenimenti.
Non si sa se gli astronauti rimasero coscienti a lungo dopo la rottura. In gran parte, dipende dalla tenuta della pressione della cabina; in caso contrario, la durata dello stato di coscienza a quella altitudine è di qualche secondo: dal momento che i PEAP forniscono solo aria non pressurizzata, essi non sarebbero stati di grande aiuto. La cabina dell'equipaggio, in ogni caso, si schiantò in mare a circa 333 km/h con una decelerazione di più di 200 G, molto oltre i limiti strutturali della cabina e quelli di sopravvivenza dell'equipaggio. L'impatto del compartimento dell'equipaggio con la superficie dell'oceano è stato così violento che le prove del danno avvenuto nei secondi successivi all'esplosione sono state cancellate e la causa della morte degli astronauti del Challenger non è mai stata determinata con certezza.
Suscitò dibattito il fatto che all'equipaggio non sarebbe stato in alcun modo possibile trovare una via di fugaNelle prime 4 missioni Shuttle erano stato usati dei seggiolini eiettabili e tute a pressione ma erano stati rimossi nelle missioni successive, durante le quali l'equipaggio indossò solo le tute di volo. La NASA sostenne infatti che, mentre i seggiolini eiettabili erano possibili per il comandante e il pilota, erano impraticabili per il resto dell'equipaggio, soprattutto per i 3 membri seduti sotto il ponte, situato al centro della fusoliera anteriore e circondato dalla struttura del veicolo su tutti i lati. Inoltre, i seggiolini eiettabili potrebbero comunque non offrire adeguata sicurezza nel punto di Max Q o sotto gli scarichi degli SRB ed erano pensati principalmente per la fuga durante l'atterraggio, quando lo Shuttle ha i motori spenti. La cabina dell'equipaggio poteva essere progettata come un unico mezzo di fuga, ma avrebbe avuto costi proibitivi e sarebbe stata troppo pesante.
Dopo anni di sperimentazioni, la NASA aveva deciso infine che lo Shuttle era sufficientemente affidabile da non averne bisogno e di non sacrificare quindi peso e spazio. Dopo la perdita del Challenger, però, venne progettato un sistema di salvataggio di emergenza per fornire all'equipaggio la possibilità di lasciare lo Shuttle in alcune condizioni, che comunque non includevano quelle che incontrò il Challenger.
Una Commissione Parlamentare d'Inchiesta stabilì che i field joint furono progettati male, ma non avrebbero probabilmente causato un problema così grave se il Challenger fosse decollato alle normali temperature della Florida (superiori a 10 °C). Il cedimento venne causato quindi dalla combinazione della cattiva progettazione e delle basse temperature dell'ultima missione. 
I resti identificabili dell'equipaggio furono restituiti alle famiglie il 29 aprile 1986. Due astronauti, Dick Scobee e Michael Smith, furono sepolti dalle famiglie al Cimitero Nazionale di Arlington in due tombe separate, mentre i resti non riconoscibili furono sepolti tutti insieme nel memoriale allo Space Shuttle Challenger il 20 maggio 1986 nello stesso cimitero. I voli nello spazio con equipaggio ripresero solo dopo oltre due anni e mezzo, con il lancio dello Space Shuttle Discovery il 29 settembre 1988.
Nella notte del disastro, il Presidente Ronald Reagan aveva in programma di effettuare l'annuale Discorso sullo Stato dell'Unione. Inizialmente annunciò che il discorso sarebbe stato effettuato in ogni caso, ma sotto la crescente pressione lo rimandò di una settimana e dette l'annuncio alla nazione del disastro dalla Stanza Ovale della Casa Bianca. Il discorso si concluse con una frase del poema High Flight di John Gillespie Magee: "
Non li dimenticheremo mai, né l'ultima volta che li vedemmo, questa mattina, mentre si preparavano per il loro viaggio, salutavano e fuggivano dalla scontrosa superficie della Terra per sfiorare il volto di Dio".

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