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40° - Disastro di Chernobyl

Il più grave incidente nella storia dell'energia nucleare, il primo ad essere classificato al massimo livello della scala di catastroficità INES. All'1:23 del 26 aprile 1986 esplodeva il reattore 4 della centrale nucleare di Chernobyl, in Unione Sovietica (oggi Ucraina), che causò 65 morti immediati, circa 4000 nel lungo termine e lo sfollamento di 116mila persone.

Il 29 aprile 1986 all'1:23 il reattore 4 della centrale nucleare di Chernobyl esplose nel corso di un test programmato per via di errori di progettazione del reattore stesso e negligenze del personale. È stato il più grave incidente nella storia dell'energia nucleare e il disastro più costoso della storia


La centrale di Chernobyl è stata la terza costruita con reattori RBMK nell'Unione Sovietica, dopo Leningrado e Kursk, e la prima sul suolo ucraino. Infatti il 29 giugno 1966 l'URSS aveva approvato un piano per avviare la costruzione di centrali nucleari nel decennio 1966/1977: tra queste, una era dedicata a compensare la carenza di elettricità dell'Ucraina. La scelta ricadde in un sito a 4 km dal villaggio di Kopači, nella regione di Kiev, in quanto i terreni furono considerati improduttivi: il 18 gennaio 1967 il Consiglio del Comitato di Pianificazione Statale dell'URSS ufficializzò l'ubicazione della centrale dandone il nome di Černobyl', come il comune più grande nelle vicinanze.
La costruzione della centrale nucleare, 
dotata di 4 reattori RBMK-1000 di fabbricazione sovietica, iniziò nel giorno della Festa del Costruttore, il 15 agosto 1972, quando alle 23 venne posato il primo metro cubo di cemento. Accanto alla costruzione dell'impianto venne realizzata anche una città vicina, città che prenderà il nome di Pryp"jat' dall'omonimo fiume, che alimentava la centrale, per i lavoratori e per le loro famiglie. Pryp"jat' divenne ben presto una città moderna, con 50mila abitanti e 2 ospedali, di cui uno pediatrico, due centri commerciali, due hotel, bar e ristoranti, un cinema, un teatro e un centro polifunzionale. La piscina coperta fu mantenuta attiva fino al 2000, al servizio del personale che continuava a lavorare presso la centrale. Pryp"jat' era soprannominata "la città dei fiori" per via delle numerose aiuole. 
Il primo reattore fu completato il 26 settembre 1977, ma la centrale iniziò a produrre energia solamente il 27 maggio 1978. Il 21 dicembre dello stesso anno entrò in funzione reattore 2, nel 1981 il reattore 3 e nel 1983 il reattore 4; altri due reattori identici vennero progettati e inizialmente assemblati, mentre l'URSS decise di realizzare dall'altra parte del fiume Pryp"jat' altri 6 reattori, per un totale di 12, che avrebbero reso Černobyl' la più potente centrale nucleare del mondo.
I reattori erano di tipo RBMK-1000, tipico delle centrali sovietiche. Si tratta di un reattore con dimensioni fisiche molto grandi rispetto agli standard occidentali, dotati di un coefficiente di potenza positivo: al crescere della potenza termica, aumenta anche la reazione nucleare nel nocciolo, con un funzionamento ottimale ad alte prestazioni. I reattori avevano però due difetti già noti al momento della costruzione. Innanzitutto, gli RBMK-1000 hanno un coefficiente di vuoto positivo alle basse potenze, cioè quando funzionano a regime basso nel refrigerante si formano sacche di vapore (i "vuoti") che causano l'aumento, anziché la diminuzione, della reazione a catena. Sempre alle basse potenze, inoltre, il reattore può divenire instabile anche a causa dell'avvelenamento da xeno, un gas rilasciato dalla fissione nucleare che durante il funzionamento normale del reattore viene bruciato. A basse potenze, invece, si accumula e, essendo un assorbitore di neutroni, maschera la rilevazione della reale attività del reattore. Se il reattore restava a lungo sotto la soglia di un terzo della potenza normale, quindi, diventava instabile per effetto dell'accumulazione dello xeno.
Quattro anni prima, nel 1982, il reattore 1 a causa di manovre errate effettuate dai tecnici aveva subito la distruzione di un elemento del nocciolo. L'esplosione, molto più piccola di quella del 1986, aveva rilasciato radioattività nell'atmosfera ma il fatto non era stato reso pubblico e non era noto nei dettagli a tutti gli operatori della centrale. Non si sa di preciso la natura di questo primo incidente, ma è possibile che sia correlata proprio agli "estensori" in grafite. In ogni caso, non vennero adottate misure di sicurezza.
Proprio perché la centrale cresceva a un ritmo molto elevato ed era al centro di piani molto ambiziosi, vennero eseguiti numerosi test per verificare la tenuta della sicurezza dell'impianto in condizioni impreviste. Il reattore 4, in particolare, era entrato in funzione a capacità estremamente ridotte e da 3 anni attendeva la definitiva omologazione per poter procedere a pieno regime. Occorreva verificare con certezza la possibilità di alimentare sia le pompe principali del sistema di raffreddamento che le pompe dell'impianto di emergenza anche in caso di black-out elettrico, utilizzando l'elettricità prodotta dal movimento inerziale delle turbine per il tempo necessario ad attivare i gruppi di emergenza. Infatti, se il liquido refrigerante mancasse, un reattore RBMK-1000 dovrebbe essere in grado di spegnersi autonomamente, senza interventi umani o meccanici.
La centrale di Chernobyl doveva produrre sia elettricità per uso civile e che plutonio per uso militare e richiedeva quindi elevate prestazioni per il doppio compito. L'URSS aveva quindi deciso di adottare alcune soluzioni tecniche in deroga ai protocolli di sicurezza, come la scelta della grafite come moderatore insieme all'acqua come refrigerante per facilitare  la produzione di plutonio-239. Era noto ai progettisti che i coefficienti di vuoto e potenza positivi, uniti a un refrigerante che assorbe i neutroni come l'acqua e a un moderatore solido come la grafite erano caratteristiche che in alcune condizioni avrebbero potuto rendere instabile il reattore. Le sue grandi dimensioni, inoltre, rendevano necessario un ricambio frequente di carburante: si decise quindi, per risparmiare da altre parti, di non dotarlo di un contenitore biologico come i reattori occidentali, una grande barriera fisica di cemento e acciaio che, per le dimensioni, sarebbe risultata estremamente costosa. Infine, come rileverà l'AIEA dopo l'incidente, il protocollo sovietico per le centrali nucleari dava la priorità a considerazioni economiche rispetto alla sicurezza, la cui responsabilità non era mai gestita in prima persona dai decisori politici ma era responsabilità esclusiva del personale dei vari impianti.
Proprio questo punto spiega l'estrema cautela relativa all'entrata in vigore a pieno regime del reattore 4, su cui erano già stati condotti 3 test nei mesi precedenti, tutti con esito negativo. La pressione del governo sovietico per far procedere la centrale a pieno regime però continuava a crescere. La sequenza degli eventi del 25 e 26 aprile 1986 è stata poi ricostruita nel dettaglio della varie commissioni d'inchiesta internazionali. 
Innanzitutto, il 25 aprile, nonostante fosse necessario abbassare la potenza del reattore 4 già in mattinata, il gestore della rete elettrica di Kiev, che riceveva l'energia dalla centrale, chiese di mantenere elevata la potenza della centrale per qualche ora per supplire alla carenza di elettricità proveniente dalla centrale nucleare dell'Ucraina meridionale che aveva avuto un guasto. A Chernobyl era già stato disattivato il sistema refrigerante di emergenza, ma le operazioni proseguirono regolarmente. Alle 16, si effettuò il cambio del turno alla sala controllo e prese la direzione delle operazioni Jurij Tregub, che non si aspettava di dover gestire il test. Oltretutto, venne informato che la potenza del reattore era stata dimezzata e che il sistema di raffreddamento d'emergenza non era attivo.
Per non rischiare problemi, Tregub decise di non prendere alcuna iniziativa e attendere le indicazioni del gestore della rete elettrica. Alle ore 20, non avendo ancora ricevuto alcuna notizia, decise di contattare Anatolij Djatlov, vicecapo ingegnere della centrale e responsabile del funzionamento dei reattori, chiamandolo a casa. Djatlov decise di prendere personalmente la direzione delle operazioni. Alle 21, il gestore comunicò alla centrale che avrebbe potuto ridurre la fornitura di energia e procedere allo spegnimento del reattore, ma Tregub ordinò di attendere Djatlov, che arrivò alla sala controllo poco dopo le 23.
Arrivato alla sala controllo, Djatlov, dall'alto del suo carattere autoritario, mise subito da parte Tregub e ordinò di procedere a ridurre la potenza del reattore. A mezzanotte, tuttavia, cambiò nuovamente il turno e subentrò a Tregub Aleksandr Akimov, meno esperto. Gli altri operatori principali nella sala controllo erano Leonid Toptunov, responsabile del controllo del reattore, Boris Stoljarčuk, responsabile del controllo del sistema delle pompe, e Igor' Kersenbaum, responsabile del controllo delle turbine. Toptunov, in particolare, doveva controllare due grandi schermi che indicavano la situazione dei 1.659 canali del combustibile di uranio e delle 211 barre di controllo di carburo di boro. In totale, erano presenti una ventina di persone compresi tecnici delle turbine e di altri reparti coinvolti nel test.

La centrale nucleare di Chernobyl venne costruita nel 1970 per provvedere alla fornitura di energia elettrica e plutonio militare dell'Ucraina settentrionale. Dopo il disastro del 1986, i reattori 5 e 6 non vennero completati, ma gli altri 3 continuarono regolarmente a funzionare, finché il governo della neonata Ucraina decise di dismetterli negli anni, fino alla chiusura completa nel 2000


Djatlov lasciò a questo punto la sala controllo per ispezionare l'esterno dell'impianto, approfittando del funzionamento a bassa potenza, poiché riteneva che il basso regime poteva consentire l'osservazione di eventuali difetti che non erano evidenti durante il funzionamento a pieno regime. A questo punto, Toptunov introdusse per sbaglio le barre di controllo troppo in profondità, causando un crollo della potenza oltre il valore previsto, che raggiunse il livello di soli 30 MW termici, innescando il circolo vizioso dell'avvelenamento da xeno dovuto alla maggior produzione di xeno-135 nella fase di bassa potenza del reattore, che la faceva abbassare ulteriormente. Normalmente lo xeno-135, gas pesante e assorbitore di neutroni, si crea infatti come prodotto di fissione ma si mantiene in una concentrazione di equilibrio, proporzionale alla potenza del nocciolo, tendendo d aumentare in concentrazione quando la potenza decresce, in particolare nella prima fase di riduzione, per poi scomparire per decadimento spontaneo. L'aumento della quantità di xeno, quindi, fa aumentare l'assorbimento di neutroni e causa un'ulteriore diminuzione di potenza, motivo per cui questo processo dev'essere effettuato gradualmente. Quando si verifica l'effetto retroazione o avvelenamento, invece, la concentrazione di xeno-135 fa aumentare eccessivamente l'assorbimento dei neutroni, facendo crollare la potenza in modo incontrollato e generando un circolo vizioso, mascherando oltretutto la reale reattività del nucleo, che si manifesterà solo quando, per suo decadimento spontaneo, la concentrazione di xeno comincia a diminuire.
Il calo di potenza era arrivato vicino al limite ammesso dalle norme di sicurezza, stabilite proprio perché era nota l'instabilità del reattore alle basse potenze, ma si decise comunque di non eseguire lo spegnimento e continuare l'esperimento. Non sono note fino in fondo le ragioni di questa decisione. Forse gli operatori non erano al corrente del comportamento dello xeno-135 e pensavano che il crollo della potenza fosse dovuto al malfunzionamento dei regolatori automatici. Al suo rientro in sala controllo, Djatlov si rese conto della potenza molto bassa ma non diede particolare importanza al fatto e ordinò di rialzare leggermente la potenza e procedere normalmente con il test. Risulta che Akimov si sia opposto, osservando che non vi fossero le condizioni di sicurezza per proseguire con l'esperimento, ma Djatlov procedette ugualmente.
All'1:05 del 26 aprile, come previsto dal test, furono attivate le pompe di alimentazione extra, ma la quantità di acqua immessa superò all'1:19 i limiti di sicurezza, riducendo ancor di più la potenza del reattore. Con una manovra assolutamente contraria alle procedure, per accelerare la risalita della potenza e affrettare la conclusione dell'esperimento, furono estratte 205 delle 211 barre di controllo, ben oltre i limiti di sicurezza che prevedevano sempre un minimo di 30 barre inserite. La potenza fu così fatta risalire gradualmente fino a 200 MW, che comunque era meno di un terzo del minimo richiesto.
Il reattore era quindi in una situazione molto instabile e pericolosa, con la reale produzione di neutroni del reattore mascherata dall'eccesso di xeno-135 e dell'acqua di raffreddamento, non riportata sui pannelli di controllo. Nessuno degli operatori in sala controllo era conscio del pericolo; oltretutto, l'aumento di acqua oltre i limiti di sicurezza aveva portato a una diminuzione della produzione di vapore che normalmente avrebbe causato lo spegnimento automatico del reattore, che invece era stato disabilitato manualmente come tutti gli altri sistemi automatici di controllo, tra cui raffreddamento di emergenza del nocciolo e riduzione di emergenza della potenza.
All'1:23:04 venne ufficialmente dato inizio all'esperimento con il distacco dell'alimentazione delle pompe dell'acqua, che continuarono a girare per inerzia. Con il conseguente surriscaldamento, i tubi si riempirono di sacche di vapore, creando un circolo vizioso: la temperatura dell'acqua aumentava, aumentavano le sacche di vapore, accelerava la reazione, si creava ancora più calore, che a sua volta aumentava la temperatura dell'acqua e così via.
Tutto accadde nel giro di soli 36 secondi. Djatlov infatti si rese conto immediatamente che la situazione rischiava di andare fuori controllo e all'1:23:40 premette il tasto AZ-5 (Rapid Emergency Defense 5) che esegue il cosiddetto SCRAM, cioè l'arresto di emergenza del reattore che inserisce tutte le barre di controllo. Altri testimoni, in realtà riferirono che il pulsante venne premuto come normale procedura di spegnimento a conclusione dell'esperimento. 
Il meccanismo d'inserimento delle barre richiede però 18/20 secondi e, visto che l'estremità era in grafite, lo SCRAM causò invece un rapido aumento della reazione. Infatti, nei primi secondi, le estremità in grafite delle barre rimpiazzarono nel reattore un uguale volume di acqua di raffreddamento. Mentre l'acqua assorbe neutroni, ostacolando perciò la reazione, la grafite funge invece da moderatore, cioè favorisce la reazione portando i neutroni alla velocità ottimale. La conseguenza fu che all'inizio dell'inserimento delle barre la reazione fu accelerata improvvisamente, producendo un enorme aumento di potenza nel reattore, che addirittura deformò i canali delle barre che stavano scendendo, al punto che esse si bloccarono a circa un terzo del loro percorso e non furono più in grado di arrestare la reazione, che a questo punto non aveva più alcun controllo.
Dopo soli 7 secondi dall'inizio dell'inserimento delle barre, all'1:23:47, la potenza del reattore raggiunse il valore di 33.000 MW, 9 volte la potenza normale. Le barre di combustibile cominciarono a fratturarsi bloccando le barre di controllo con la grafite all'interno, quindi il combustibile cominciò a fondere. Inoltre, alle alte temperature raggiunte, l'acqua all'interno del reattore reagì con lo zirconio, di cui sono fatte le tubazioni degli impianti nucleari, dissociandosi e producendo grandi volumi di idrogeno in forma gassosa.
La pressione del vapore aumentò fino a causare la rottura delle tubazioni e l'allagamento dei sotterranei. Quando il corium (il materiale semiliquido prodotto dalla fusione nucleare) raggiunse l'acqua di raffreddamento, avvenne la prima esplosione di vapore all'1:24; dall'interno del nocciolo il vapore risalì lungo i canali e causò un'esplosione talmente enorme che fece addirittura saltare la piastra superiore del nocciolo in acciaio e cemento, pesante circa 1000 tonnellate, che fu proiettata in aria con le tubazioni dell'impianto di raffreddamento e le barre di controllo e ricadde verticalmente sull'apertura lasciando il reattore scoperto. Seguì, dopo pochi secondi, una seconda esplosione, molto più violenta, causata dalla reazione tra grafite incandescente e idrogeno gassoso.
Restano comunque alcuni punti interrogativi sulla sequenza degli eventi. Sappiamo, ad esempio, che il tasto SCRAM fu premuto più di una volta ma non perché, visto che la persona che lo fece morì due settimane dopo per l'esposizione prolungata alle radiazioni. Secondo alcune testimonianze, inoltre, l'esplosione sarebbe avvenuta prima dello SCRAM, fatto che sposterebbe l'asse della colpa quasi esclusivamente sull'errore umano. Nel 1986, l'AIEA indicò negli operatori la causa principale dell'incidente, ma nel gennaio 1993 rivide l'analisi dell'incidente attribuendo la causa principale al progetto del reattore.
Dopo l'esplosione, i frammenti di grafite delle barre si sparsero nella sala del reattore e intorno all'edificio. Al contatto con l'ossigeno dell'aria, per le altissime temperature dei materiali del nocciolo, nel reattore divampò un violento incendio di grafite che coinvolse anche i materiali bituminosi di copertura del tetto e altre sostanze chimiche presenti. Secondo il progetto della centrale, il tetto del reattore avrebbe dovuto essere costruito con materiale ignifugo, ma all'epoca di costruzione questo materiale non esisteva e fu fatto invece uso di catrame infiammabile. I pezzi proiettati sul tetto del reattore adiacente causarono almeno altri 5 incendi, che contribuirono in misura enorme alla diffusione di materiali radioattivi nell'atmosfera. Un effetto secondario dello scoperchiamento del reattore fu però che il movimento d'aria contribuì al raffreddamento del nocciolo liquefatto.
L'impianto, a causa della sua doppia natura civile e militare, era stato costruito con un sistema automatico di sostituzione delle barre di combustibile, indispensabile per la produzione di plutonio, che esige cicli di sostituzione delle barre di pochi giorni. Questo sistema era sospeso sopra l'impianto mediante una gru a ponte, rendendo quindi impossibile costruire un contenimento in cemento armato abbastanza alto, visto che il reattore era alto 30 metri, a cui dovevano aggiungersene altrettanti per il robot di sostituzione delle barre, lunghe quanto il reattore, più la gru, per un totale di circa 70 metri, molto più delle centrali occidentali. Si era deciso quindi di realizzare solo un contenimento parziale, che escludeva la sommità del reattore; questa scelta al momento dell'incidente, contribuì alla dispersione dei contaminanti radioattivi nell'atmosfera.
Secondo le testimonianze, l'atmosfera nella sala controllo fino al momento dell'esplosione era di assoluta calma. Al momento dell'esplosione, nella sala controllo l'illuminazione venne a mancare per qualche secondo; alla riaccensione delle luci, dal soffitto iniziarono a cadere frammenti e polvere e dai bocchettoni di aerazione fuoriusciva una nebbia grigiastra. Guardando i dati, Djatlov si rese conto immediatamente della natura catastrofica dell'incidente, osservando gli indicatori di pressione dell'acqua di raffreddamento, che indicavano zero, oltre a una serie di spie luminose lampeggianti e allarmi sonori. I dati segnalavano che non era più presente acqua nell'impianto di raffreddamento e le barre di controllo erano bloccate, quindi, nonostante l'azione di spegnimento, il nocciolo del reattore era ancora attivo.
Inizialmente, Djatlov ipotizzò però che l'esplosione fosse avvenuta nei deareatori, i serbatoi di acqua e vapore del sistema di emergenza che si trovavano proprio sopra la sala controllo e ordinò l'immediata evacuazione del personale verso la sala controllo di riserva. Subito dopo però, vedendo che nulla accadeva, ritirò l'ordine e fece rientrare gli operatori e si attivò per accendere le pompe d'emergenza, immettere acqua di raffreddamento nel reattore e cercare di far scendere le barre di controllo.
Djatlov inviò quindi due giovani aspiranti ingegneri presenti come spettatori, Viktor Proskurjakov e Aleksandr Kudrjavcev, direttamente nella sala reattore per controllare le condizioni del nocciolo e completare manualmente la discesa delle barre. Dirà poi di essersi pentito quasi immediatamente del suo ordine, visto che appena due persone non avrebbero mai potuto forzare l'inserimento delle barre manualmente e di essere uscito quindi dopo pochi secondo nel corridoio per richiamare i due ingegneri, che ormai si erano però allontanati; trovò invece il corridoio pieno di fumo tale da non consentire la visibilità e capì quindi che c'era un incendio da qualche parte. Lungo il percorso, i due giovani allievi incontrarono Valerij Perevozčenko, addetto responsabile di turno della sala reattore, Aleksandr Juvčenko, l'ingegnere responsabile del reattore 4, e Jurij Tregub, direttore uscente della sala controllo inviato da Djatlov a cercare di aprire manualmente il sistema refrigerante di emergenza.

Di norma di notte c'erano solo 3/4 tecnici, ma il 26 aprile 1986 ce n'erano 16/19 per via del test. Il comando venne affidato all'ingegnere Anatolij Djatlov, richiamato da casa per via di alcuni problemi tecnici che avevano ritardato l'esecuzione del test. La sala di controllo del reattore 4 è ancora esistente e, prima della guerra con la Russia del 2022, visitabile a pagamento, anche se per soli 5 minuti


Juvčenko, in particolare, era nel suo ufficio quando sentì un pesante colpo sordo prima di essere investito da un'onda esplosiva che "attraversò la stanza", i muri si inclinarono e l'ufficio si riempì di polvere e calcinacci. Sul momento cercò riparo sotto la scrivania pensando che si trattasse di un bombardamento e che fosse scoppiata la guerra. Insieme a Tregub aveva prestato soccorso ad alcuni colleghi rimasti coinvolti nel crollo della sezione pompe, poi avevano raggiunto i serbatoi del refrigerante, dove si erano trovati con l'acqua alle ginocchia in mezzo ad un ambiente in totale rovina. La sala pompe era completamente distrutta, i serbatoi ridotti in frantumi e, cosa sconvolgente, il soffitto era parzialmente crollato e consentiva la vista del cielo "pieno di stelle"; le macerie erano avvolte da vapore e si udiva un "orribile sibilo". L'addetto della sala pompe era Valerij Il'ič Chodemčuk, che era sepolto sotto le macerie, mentre l'ingegnere Vladimir Nikolaevič Šašenok, che controllava il test delle turbine, venne travolto dalla fuoriuscita di liquidi e gas ustionanti causata dalla rottura dei condotti di acqua bollente e vapore e dal crollo del compartimento. I tre macchinisti si erano aperti faticosamente una strada tra le macerie ed erano riusciti a recuperarlo, riverso tra i detriti privo di sensi "muovendo debolmente gli occhi".
Juvčenko e Tregub erano quindi usciti all'aperto, rendendosi conto per primi delle dimensioni catastrofiche del disastro. La sala del reattore 4 non esisteva più, il tetto era scomparso, una parete era crollata, i serbatoi e le tubazioni dell'acqua di raffreddamento erano squarciati e penzolavano all'esterno, l'ambiente era solcato dalle scintille provocate dai cortocircuiti dei cavi troncati dall'esplosione. Infine, dalle macerie fumanti dalla voragine scoperchiata nell'edificio dove c'era il reattore, si innalzava verso il cielo "una colonna iridescente" di luce bianco-azzurra, provocata dalla ionizzazione radioattiva dell'aria (un effetto detto luce di Čerenkov) per l'irraggiamento radioattivo proveniente dal nocciolo esposto. Juvčenko ricorda di essere rimasto incantato dallo spettacolo del raggio di luce nel cielo notturno pensando a "quanto era bello", prima che Tregub lo strattonasse costringendolo a rientrare per cercare di raggiungere la sala controllo e informare Djatlov. Durante il percorso avevano quindi incontrato Perevozčenko e i due allievi ingegneri, a cui riferirono che le condizioni del reattore erano ormai compromesse e che era assolutamente impossibile far scendere manualmente le barre di controllo.
Perevozčenko tuttavia decise ugualmente di cercare di raggiungere la sala reattore e osservarla dall'alto, per valutare meglio la situazione accompagnato dai due ingegneri, mentre Tregub continuò verso la centrale di controllo. Osservarono quindi per pochi secondi dall'alto la scena con l'aiuto di una torcia: la copertura d'acciaio, detta Elena, era divelta e inclinata su un lato; da questa pendevano i tubi del vapore tranciati e le barre di controllo parzialmente fuse e là dove c'era il reattore era visibile solo l'enorme cratere del recipiente nel cui fondo si trovava il materiale incendiato del nocciolo. Tutti moriranno per effetto della sindrome da radiazioni nell'arco di alcune settimane tranne Juvčenko, che riportò gravi danni alla parte sinistra del corpo e morì di leucemia nel 2008. L'unico superstite a oggi è l'ingegnere Borys Stoliarchuk.

Nel frattempo, Djatlov uscì dalla sala controllo lasciando il comando ad Akimov e raggiunse la sala turbine, dove trovò una situazione disastrosa: diverse lastre del tetto erano crollate e avevano tranciato le condotte del vapore, acqua bollente schizzava in tutte le direzioni, c'erano scintille da cortocircuiti e si sentivano forti boati ripetuti. Nell'area della turbina 7 le lastre di cemento avevano danneggiato le tubazioni dell'olio che si era incendiato. Poi, Djatlov decise di risalire nell'edificio principale per dirigersi verso la sala del reattore; lungo il percorso, nel corridoio incontrò un operatore, Anatoly Kurguz, con terribili ustioni, gli disse di scendere verso l'infermeria e attendere i sanitari.
A questo punto anche Djatlov si rese conto della devastazione e andò incontrò ai primi vigili del fuoco prima di mettere in sicurezza il reattore 3. Quando Djatlov era attivo da oltre un'ora nella gestione dell'emergenza, ormai quasi esausto, ricevette una telefonata da parte del direttore Brjuchanov, che gli ordinava di recarsi immediatamente nella sala riunioni protetta per fare rapporto sull'incidente. Djatlov fece rapidamente una doccia di decontaminazione e raggiunse la sala riunioni portando con sé tutti gli stampati provenienti dalla sala controllo con i dati di funzionamento del reattore fino al momento dell'incidente. Non fu però in grado di rispondere alle domande di Brjuchanov, che gli chiedeva certezze riguardo alla dinamica esatta dell'incidente, affermando di non essere in grado di ricostruire con precisione le cause dell'esplosione. Infatti, non era quasi più in grado di parlare, non si reggeva in piedi, accusava gravi malori e pochi minuti dopo venne trasportato in ambulanza all'ospedale di Pryp"jat'. Brjuchanov, a questo punto, non comunicò immediatamente ai vertici sovietici la reale portata dell'incidente né la probabile esplosione del nocciolo. L'emissione di vapore radioattivo cesserò il 10 maggio, due settimane dopo. Per valutare la contaminazione radioattiva del resto d'Europa vennero ricostruite con minuzia tutte le precipitazioni, perché gli elementi radioattivi sono depositati al suolo a seguito delle piogge. 
Solo una piccola parte degli strumenti di rilevazione a disposizione nel 1986 era in grado di effettuare misure delle radiazioni fino a 360 mila röntgen/ora (R/h). I contatori Geiger della sala di controllo indicavano il numero 3,6 röntgen/ora, del tutto accettabile, motivo per cui Djatlov supponeva che il reattore fosse ancora intatto ma riferì a Brjuchanov che il valore finale doveva essere più alto, perché quello era il massimo rilevabile.  Immediatamente furono mandati operatori della centrale con contatori Geiger con fondo scala a 360 mila röntgen/ora e mascherine chirurgiche. Il risultato fu un valore sconcertante di 15 000 R/h, così alto che i dirigenti pensarono gli strumenti non funzionassero correttamente. Nei luoghi civili, i misuratori arrivano ancora oggi a 20 μR/h, ovvero 0,00002 R/h; il valore stimato a Chernobyl, invece, era di 36 mila, 1,8 miliardi di volte superiore a quello naturale. Un'esposizione a 500 R/h per 5 ore è considerata mortale. Aleksandr Akimov e Leonid Toptunov avevano però aperto a mano le valvole che immettevano acqua per il raffreddamento del reattore senza alcuna tuta protettiva e vennero per questo insigniti dell'Ordine per il Coraggio di terza classe, prima di morire tra atroci sofferenze nell'arco di due settimane.

Immediatamente dopo il disastro, il governo sovietico in soli 6 mesi costruì un primo sarcofago sopra il reattore. Viste le continue infiltrazioni di acqua e il deterioramento del materiale, nel 1997 venne aperta una raccolta di denaro per un nuovo sarcofago, posizionato nel 2016, che dovrebbe garantire la sicurezza del sito per i successivi 100 anni


Il primo allarme per i vigili del fuoco di Černobyl' fu diramato all'1:25, appena due minuti dopo l'esplosione, come segnalazione di incendio alla centrale nucleare. I 14 pompieri di turno, in una caserma a soli 500 metri dall'impianto, avevano sentito l'esplosione e vedevano una grossa nuvola di fumo a forma di fungo. I vigili del fuoco, con il normale equipaggiamento protettivo, ignoravano completamente i rischi che stavano correndo e credevano di dover spegnere un normale incendio. In realtà i detriti che stavano spegnendo erano pezzi di grafite altamente radioattiva. I vigili del fuoco salirono anche sul tetto del reattore 3 che aveva preso fuoco, anch'esso pieno di pezzi di grafite che i pompieri rimuovevano senza alcuna protezione. L'incendio sul tetto del reattore 3 fu controllato in 30 minuti.
A questo punto, all'arrivo del comandante responsabile dei vigili del fuoco della Brigata paramilitare 2 Leonid Teljatnikov, i vigili iniziavano a lamentare nausea, vomito, cefalea e vertigini e vennero trasportati all'ospedale di Pryp"jat' dove i medici si resero subito conto che si trattava di malattia acuta da radiazione. È stato calcolato la radiazione sul tetto del rettore 3 abbia raggiunto, durante l'intervento dei vigili del fuoco, tra i 3.000 e gli 8.000 röntgen/ora e che quindi i pompieri ne avessero assorbito una dose letale in appena 4 minuti. Alla centrale iniziarono ad arrivare nuove unità di vigili provenienti da tutta la regione di Kiev, fino ad arrivare a 37 squadre con 186 vigili e 81 autopompe lavoravano per controllare la situazione. Poco prima delle ore 7 gli incendi visibili erano stati spenti e  l'emergenza venne dichiarata terminata. In realtà dal cratere del reattore 4 continuavano a uscire fumo nero e un misterioso vapore dall'odore strano.
Il Segretario Generale del Partito Comunista Michail Gorbačëv fu informato di "un'esplosione e un incendio" a Chernobyl nel primo mattino del 26 aprile, ma non  ne fu molto preoccupato. Le notizie, infatti, parlavano di un'esplosione che aveva distrutto il tetto e di un incendio ma che il reattore sembrava essere stato spento. Il ministro dell'Energia Majorec partì in aereo da Mosca nel pomeriggio insieme a Vladimir Marin, responsabile dell'energia all'interno del Comitato centrale del PCUS, e Gennadij Sašarin, viceministro con delega alle centrali nucleari; i tre capirono che l'incidente era molto più grave del previsto. I danni alla struttura erano enormi, pezzi di grafite erano sparsi intorno e l'aria era irrespirabile, con un alto livello di radiazioni. Quando chiesero spiegazioni a Brjuchanov sui pezzi di grafite intorno all'area dell'incidente, il direttore fu costretto ad ammettere che potevano provenire dall'esplosione del reattore. A questo punto alcuni funzionari locali e il viceministro dell'Interno ucraino proposero di prendere misure di sicurezza per interdire la zona e pianificare un'evacuazione della popolazione, ma il ministro Majorec non ebbe il coraggio di prendere una soluzione così radicale che avrebbe potuto scatenare il panico. Affermò che "il pericolo era stato esagerato", ma chiese comunque l'arrivo di due esperti di centrali nucleari inviati da Mosca, Boris Prusinskij e Konstantin Poluskin, che effettuarono un giro di ispezione in elicottero sopra la centrale ed espressero un verdetto catastrofico: il reattore "non c'era più", lo scudo biologico era saltato e i frammenti radioattivi erano sparsi ovunque.
Il governo di Mosca inviò quindi Boris Ščerbina, vicepresidente del consiglio dell'URSS con delega al settore energetico ed esperto di impianti industriali, con pieni poteri per fronteggiare l'emergenza. Scerbina portò con sè Valerij Legasov, Vicepresidente dell'Istituto Kurčatov per l'energia atomica. Le autorità politiche proponevano di evacuare la popolazione di Pryp"jat'. Scerbina, ancora fiducioso, parlò al telefono con Gorbačëv e con Vladimir Ščerbickij, capo del Partito Comunista Ucraino, al quale confermò che bisognava fermare il panico ed evitare di essere "umiliati di fronte al mondo intero".
Alle 21 del 26 aprile, tuttavia, verificarono 3 nuove esplosioni nella centrale, che fecero temere una ripresa della reazione a catena; contemporaneamente, il vento iniziò a spingere la nube radioattiva verso nord in direzione di Pryp"jat'. Decisiva fu l'opinione di Legasov, che disse che il reattore era "ingovernabile" e che bisognava evacuare. Scerbina, all'1 del 27 aprile diede infine ordine di preparare gli elenchi delle persone da evacuare, mentre suddivise i compiti della gestione dell'emergenza tra i massimi esperti del Paese. Legasov, in particolare, avrebbe coordinato il gruppo di esperti incaricato di trovare il modo di mettere in sicurezza il reattore 4.
Nell'immediato, i tentativi disperati degli operatori della centrale di raffreddare il nocciolo immettendo acqua non avevano ottenuto alcun risultato; al contrario era stato allagato con acqua radioattiva il seminterrato delle unità 3 e 4 e si era favorita la formazione di vapore radioattivo, la nebbia osservata dai pompieri, che fuoriusciva dal cratere. Legasov calcolò che le temperature avessero ormai raggiunto i 1.000 °C e che ci fosse il rischio di fusione dei rivestimenti del combustibile e dell'uranio stesso del reattore, con ulteriore incremento della radiazione; l'incendio della grafite, senza interventi, sarebbe potuto continuare per 2 mesi con conseguenze catastrofiche a livello mondiale. Bisognava quindi assolutamente spegnere l'incendio sul fondo del cratere e interrompere l'emissione di radiazioni sigillando il reattore.
Venne quindi mobilitato un enorme numero di elicotteri per sorvolare il fumo radioattivo e sganciare migliaia di tonnellate di boro, silicati, sabbia e dolomia. L'uso della sabbia "convertì" il combustibile nucleare in corium, un materiale di consistenza paragonabile alla lava. Le altissime temperature raggiunte, oltre 1.200 °C, iniziarono perfino a compromettere la solidità del calcestruzzo su cui poggiava il reattore: si temeva che se il combustibile in fiamme avesse raggiunto d'acqua, la produzione di vapore risultante avrebbe contaminato ulteriormente l'area o addirittura causato un'altra esplosione, espellendo altro materiale radioattivo. Divenne quindi necessario drenare i serbatoi d'acqua riempiti dagli addetti alla centrale e dai pompieri. Questi timori alla fine si rivelarono infondati, poiché il corium iniziò a gocciolare innocuo nelle piscine allagate prima che l'acqua potesse essere rimossa: il combustibile fuso colpì l'acqua e si raffreddò in una pomice ceramica marrone chiaro, la cui bassa densità le consentiva di galleggiare sulla superficie dell'acqua.
Ignara di ciò, la commissione governativa ordinò che le vasche fossero svuotate aprendo le paratoie. Le valvole che le controllavano, tuttavia, si trovavano in un corridoio allagato in un sotterraneo adiacente all'edificio del reattore numero 4. Furono tre volontari in tute da sub e respiratori, dotati di dosimetri, a entrare nell'acqua radioattiva alta fino al ginocchio per aprire le valvole. 
Nella situazione di guerra fredda, l'Unione Sovietica aveva sistematicamente mantenuto il massimo segreto sui programmi nucleari civili e militari; inoltre non erano state mai divulgate notizie su precedenti gravi incidenti verificatesi negli impianti sovietici. Nonostante la presenza al potere di una nuova dirigenza, guidata da Michail Gorbačëv, più aperta verso il mondo non comunista, i politici non informarono nei primi giorni i cittadini sugli eventi di Cernobyl', anche se in breve mantenere riservata la notizia della catastrofe divenne impossibile: la nube radioattiva si stava spostando velocemente e già la mattina del 27 aprile in Svezia alcuni lavoratori che entravano alla centrale di Forsmark fecero scattare l'allarme per alti indici di radioattività. Si pensò che ci fosse una falla nella centrale e scattarono controlli a tappeto, che esclusero problemi. Il governo svedese risalì facilmente all'Unione Sovietica, che negò tutto. Solo quando anche in altre nazioni gli livelli radioattivi divennero anomali, iniziò la pressione sul governo sovietico e iniziarono a trapelare le prime indiscrezioni.
Le misure di sicurezza, nell'immediato, erano estremamente carenti. Al mattino del 26 aprile un cittadino comune, Vladimir Ševčenk, incuriosito dal fumo, si avventurò nella zona della centrale senza alcuna precauzione e filmò lo stato della centrale a pochi metri dal reattore (morirà poche settimane dopo). Nel suo filmato, si vedono anche gli operai impegnati nella costruzione dei reattori 5 e 6 che entrano regolarmente al lavoro, visto che nessuno li aveva avvertiti. 

L'impianto prendeva il nome da Chernobyl, che però è distante circa 15 km ed è passata da 13mila a 1300 abitanti. La città accanto alla centrale è invece Pripyat, che ospitava quasi esclusivamente lavoratori dell'impianto e le loro famiglie. Pripyat contava circa 50mila abitanti e venne completamente evacuata, ricadendo all'interno della zona di alienazione di 30 km intorno alla centrale

La città di Pryp"jat' venne evacuata con 1100 autobus con la scusa di un allontanamento momentaneo precauzionale; una settimana dopo il raggio della zona di esclusione venne portato da 10 a 30 km e a maggio furono ordinate ulteriori evacuazioni anche in villaggi a 400 km dalla centrale, che coinvolsero in totale 116mila persone. Fu detto ai cittadini di portare con sé pochi effetti personali, che sarebbero stati trasferiti in misura precauzionale e che in breve tempo avrebbero potuto far ritorno alle loro abitazioni. Nessuno era realmente consapevole di ciò che stava accadendo e decine di persone si soffermarono fino a tardi per ammirare la luce scintillante sopra il reattore. Nel giro di un mese, tutti i residenti nel raggio di 30 km dall'impianto erano stati trasferiti; gli autobus e i mezzi militari vennero abbandonati in una sorta di cimitero nella zona interdetta, dove si trovano ancora oggi.
Nel frattempo, le 5000 tonnellate di boro, dolomia, argilla e carburo di boro scaricate sul reattore per spegnere l'incendio il 9 maggio crollarono ulteriormente dentro la voragine, facendo sprigionare un'ulteriore, più debole, colonna di fumi radioattivi. Legasov temette che il nocciolo incandescente potesse sprofondare ulteriormente arrivando a contatto con l'acqua delle falde, causando nuove esplosioni di vapore e inquinando il fiume Dnepr. Vennero quindi chiamati dei minatori che lavorarono a braccia sotto il reattore, scavando un tunnel per inserire sistemi di raffreddamento nei livelli inferiori della centrale senza mascherine, per riuscire a respirare. La mappatura definitiva, condotta con l'ausilio di robot, attestò comunque che il nucleo liquefatto non aveva superato il solaio sopra le fondamenta della centrale.
Negli anni successivi si procedette alle operazioni di recupero e di decontaminazione dell'edificio e del sito del reattore e delle strade intorno, così come alla costruzione di un "sarcofago" per coprire il reattore esploso. Incaricati di queste operazioni furono i cosiddetti liquidatori600mila persone reclutate in base a speciali leggi promulgate in Bielorussia, Russia e Ucraina fra militari e civili, con la promessa di una pensione anticipata di tipo militare. È stato calcolato che circa 240mila di essi ricevettero dosi elevate di radiazioni, tra cui i primi, incaricati di prelevare i blocchi di grafite dal tetto per gettarli a braccia dentro allo squarcio dove si trovava il reattore. Pur consapevoli dei rischi, moltissimi di essi non si sottrassero. Erano sottoposti a turni di 2 minuti: in seguito, fu stimato non avrebbero dovuto superare i 40 secondi. Dovevano uscire sul tetto, prendere un blocco di grafite di circa 50 kg e buttarlo il più rapidamente possibile nello squarcio, oppure, con un badile, spalare i detriti all'interno del reattore. 
Il reattore necessitava però di essere isolato al più presto assieme ai detriti, che comprendevano 180 tonnellate di combustibile, pulviscolo altamente radioattivo e 740mila metri cubi di macerie contaminate. Fu quindi progettata la realizzazione di un sarcofago di contenimento: viste le necessità, fu impiegata una fila di camion come fondamenta delle pareti di cemento, per un totale di 300mila tonnellate di peso. Questo sarcofago è stato creato a tempo record in soli 6 mesi e completato a novembre 1986, ma ogni anno, proprio per la povertà dei materiali usati e la mancanza di una seria progettazione, nuove falle si aprivano nella struttura, anche di 10 metri quadrati. La pioggia vi si infiltrava quindi all'interno e rischiava di contaminare le falde, benché sotto il reattore fosse stato costruito a braccia un tunnel per isolare il nocciolo fuso dal terreno. Circa 2200 metri cubi di acqua si riversavano all'interno del sarcofago ogni anno, facendo aumentare di 10 volte la tensione meccanica sulle fondazioni. Il basamento sprofondò di 4 metri, permettendo l'infiltrarsi di materiale radioattivo nelle falde acquifere comunicanti con i fiumi Pryp"jat' e Dnepr, che a loro volta scorrono fino al mar Nero, in zone popolate da 30 milioni di persone. La temperatura all'interno del sarcofago, inoltre, raggiunge in alcuni punti, ancora oggi, 1 000°C in prossimità del nocciolo, contribuendo al costante indebolimento e alla deformazione della struttura.
Dopo la costruzione dello scudo di acciaio e cemento, nelle pareti in muratura interne rimaste sono stati effettuati dei buchi per ispezionare con telecamere e droni la condizione dell'edificio. Inizialmente ci si aspettava, prima o poi, di trovare il reattore sepolto, ma ci si rese conto che di esso non era rimasto più niente: si era fuso assieme al nocciolo, colando lungo i piani sottostanti. La lava radioattiva aveva formato una stalagmite chiamata Piede d'elefante, formata dal reattore e dal nocciolo fusi con uranio, cesio, plutonio, grafite e altro materiale. 
Nel 1997, al vertice del G7 a Denver, fu poi fondato il Chernobyl Shelter Fund per aiutare la neonata Ucraina a  raccogliere fondi per un nuovo e moderno sarcofago, realizzato con materiali più sicuri e montato su binari. La struttura a cupola, conclusa nel 2016, sarebbe dovuta essere poi spinta fino sopra il vecchio sarcofago, mettendolo in sicurezza per 100 anni. Il costo della struttura, inizialmente stimato in 780 milioni di dollari, arrivò a un miliardo. Il nuovo sarcofago si chiama NSC (New Safe Confinement) è composto da una struttura a doppia volta, una sopra l'altra, di altezza massima pari a 92,5 metri, assemblata a 180 metri dal reattore. 
Riguardo alle cause, nel primo rapporto pubblicato dalle autorità sovietiche ad agosto 1986 tutta la responsabilità era attribuita agli operatori dell'impianto. Un secondo secondo rapporto, pubblicato nel 1991, evidenziava anche i gravi difetti intrinseci di progettazione del reattore RBMK, in particolare nella progettazione delle barre di controllo. Il consenso della comunità storica e scientifica oggi è che il disastro di Chernobyl fu il risultato di un'impressionante somma di fattori di rischio, una catena di errori e mancanze, riguardanti  le caratteristiche della macchina, errori di progetto, un sistema di gestione economico e amministrativo poco efficiente (la centrale elettrica era priva di personale qualificato e aggiornato sulle caratteristiche dell'impianto) e per la scelta di effettuare un test molto pericoloso con errori di coordinamento e manovre incaute. Gli operatori della centrale si difesero dicendo che ignoravano i problemi tecnici del reattore: secondo uno di loro, Anatolij Djatlov, i progettisti sapevano che il reattore in certe condizioni era pericoloso ma lo avevano nascosto intenzionalmente ai tecnici. Le caratteristiche del reattore RBMK non dovevano infatti essere rese note al pubblico o ai civili ma erano trattate come questioni militari.
L'istituzione delle Nazioni Unite chiamata UNSCEAR (Comitato scientifico delle Nazioni Unite per lo studio degli effetti delle radiazioni ionizzanti) ha condotto per 20 anni una dettagliata ricerca scientifica ed epidemiologica sugli effetti del disastro. A parte i 57 decessi diretti, l'UNSCEAR ha catalogato fino a 4.000 casi di tumori da attribuire all'incidente, in particolare alla tiroide, con un tasso di sopravvivenza del 96% nei primi 5 anni e del 92% dopo 30 anni. 
Scriverà il Comitato nel 2005: "Indipendentemente dall'incremento delle misure di prevenzione e screening, molti di questi casi di tumore sono molto probabilmente da attribuirsi all'esposizione alle radiazioni. Escludendo questo incremento, non vi è evidenza di ulteriore impatto per la salute pubblica attribuibile all'esposizione di radiazioni due decenni dopo l'incidente. Non vi è evidenza scientifica di un incremento di incidenza di tumori né del tasso di mortalità né nell'insorgenza di patologie che potrebbero essere collegate all'esposizione alle radiazioni. L'incidenza di leucemia nella popolazione non sembra elevata. Tuttavia, coloro che furono esposti maggiormente alle radiazioni hanno un rischio più alto di effetti sulla loro salute associati alle radiazioni. La maggioranza della popolazione non dovrebbe comunque soffrire serie conseguenze sulla propria salute in conseguenza delle radiazioni. Molti altri problemi alla salute non direttamente collegabili con l'esposizione alle radiazioni sono stati riscontrati nella popolazione".

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